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teoria dei giochi

john nash fa di conto sulla finestra

La teoria dei giochi è la scienza matematica che analizza situazioni di conflitto e ne ricerca soluzioni competitive e cooperative tramite modelli, ovvero uno studio delle decisioni individuali in situazioni in cui vi sono interazioni tra due o più soggetti, tali per cui le decisioni di un soggetto possono influire sui risultati conseguibili da parte di un rivale secondo un meccanismo di retroazione, e finalizzate al massimo guadagno del soggetto.

infos in rete

corsi video on-line

2000/01 FIORAVANTE PATRONE introduzione alla teoria dei giochi (Università di Genova) (05.12.2011 temporaneamente o definitivamente link non disponibile) segnalazione@Elio

2008 BEN POLAK game theory (Yale University: inglese)

KATHLEEN BAWN politics, strategy and game theory (UCLA: inglese) segnalazione@Elio

02.2012 MATTHEW JACKSON AND YOAV SHOHAM game theory (Stanford University: inglese) segnalazione@Elio

link unsorted

pagina di FIORAVANTE PATRONE (05.12.2011 temporaneamente o definitivamente link non disponibile) segnalazione@Elio

 

cos'è il gioco

giacuomo
19 articoli.

manifesto di mario brosIl gioco è una sperimentazione innocua della realtà.

Lo usiamo per imparare a conoscere come siamo noi, come sono gli altri, come è fatto il mondo e come questi aspetti si interrelazionano.

Non solo ricostruendo la realtà vera, ma ricostruendone anche altre fittizie, in cui sperimentiamo come potremmo essere e come potrebbe essere, per capire se è il caso di cambiare qualcosa o se, tutto sommato, va bene così.

Mi piacerebbe notassi, secondo questa definizione, quanto è importante il ruolo del gioco ad ogni età, ma soprattutto quanto è necessario che le regole del gioco ricalchino sapientemente alcuni aspetti della realtà, perché se la regola che vincola il comportamento all'esito non è in corrispondenza biunivoca con la regola reale, il gioco indurrà il giocatore ad avere atteggiamenti che nella vita non lo porteranno all'obiettivo desiderato.

In pratica, mentre l'ambientazione (semantica) può essere arbitrariamente fantasiosa, il sistema di regole (linguistica) deve essere ben costruito. Nota, ad esempio, che il sistema di regole economiche contemporaneo, costruito dal figlio minore idiota di un decerebrato ubriaco, non spinge chi sta giocando ad avere l'atteggiamento giusto per ottenere l'esito desiderato (il miglioramento del benessere sociale), ma spinge i giocatori a fregarsi l'un l'altro. È inutile: per quanto non lo si vorrebbe, se giochi ad un gioco che premia chi fotte, o fotti o perdi. Tutto questo per dirti che gli italiani non sono intrinsecamente ladri, sono solo abili giocatori di un gioco di mmerda. Molto intelligenti, ma non geniali, perché l'intelligente ottimizza il gioco, ma il genio ne migliora le regole.

Oggigiorno, in generale (non sempre), il gioco manca in questa corrispondenza biunivoca linguistica con la realtà. Bisogna fare qualcosa.

Corollario: il gioco sta alla realtà come lo sport di squadra sta alla guerra, solo che non è sempre così... innocuo come dovrebbe.

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giochi collaborativi e competitivi

giovanni getto
42 articoli.

un soldato che spara con un lanciafiammeNell'epoca del politically correct siam tutti pronti a dire che il valore più importante è la collaborazione, mentre ogni attività umana e sociale è regolata dalla competizione. Chissà perché, ci sembra giusto così. Un po' come il cristo sulla croce con il rolex: va bene la povertà, ma cazzo, è il figlio del capo lui!

Come metteresti in ordine questa contraddizione? Mia mamma direbbe che il vangelo si applica in chiesa, ma questa è la vita. E forse qualcosa del genere si potrebbe dire anche per il mercato; chi era Keynes? Smith? che diceva che il mercato competitivo ottimizza l'utilità del sistema. 150-200 anni fa. Si è scoperto che non è vero, ma l'economia, come la chiesa, è lenta ad adattarsi alle novità. A scuola ti vogliono competitivo, ti danno dei voti e la mamma a casa non vuol sapere solo quanto hai preso, ma qual'è stato il voto massimo, minimo e medio della tua classe, perché la mamma non vuol sapere se hai imparato, capito, ma se domani sul mondo del lavoro sarai competitivo o solo un inutile sapiente. E già, perché anche nel lavoro bisogna essere competitivi, perché aumenta la produttività. In pratica, è credo comune (immagino sempre dai tempi di Keynes o Smith) che l'unico stimolo all'impegno professionale sia la competizione, la meritocrazia pare essere ancora l'obiettivo ottimo massimo. A me continua a sembrare una stronzata.

Ho la sensazione che sia una ruota fatta di cattive abitudini che ricomincia il suo giro ad ogni nuova generazione: da secoli si pensa che la competizione sia la soluzione migliore, così la si insegna ai piccoli che arrivati ai nostri giorni (come è capitato a me), imparano contemporaneamente che ciò che è giusto concettualmente è la collaborazione e ciò che è giusto praticamente è la competizione. Distonia, sdoppiamento, psicologo!

No, no. Non ci provare neanche! Quelle storie del un po' l'una un po' l'altra è come dire sono un po' incinta.

Per non correre rischi di critica, ai bambini viene insegnata la competizione sin dalla culla. Fai un conto di quanti giochi competitivi conosci e di quanti giochi collaborativi conosci...

Vai!

Fatto?

Qualcuno a questo punto risponde va be, con il calcio e tutti gli sport di squadra impari il valore della collaborazione nella squadra... per competere con l'altra squadra, però! Un po' e un po', vedi che la tesi sopra...

Il calcio, come tutti gli sport, altri non è che una sublimazione pacifica della guerra, una sorta di ammissione del fatto che l'uomo è intrinsecamente, naturalmente bellicoso e che quindi ha bisogno di valvole di sfogo... ma no: gli sport di squadra non possono essere considerate attività ludiche collaborative, ma fortemente competitive.

Che dire dei giochi di ruolo? Certo si possono utilizzare per competere, anche... ma nativamente son fatti per fare in modo che il gruppo collabori... contro il mondo! In pratica il nemico è spostato da un giocatore tuo avversario che puoi guardare negli occhi, ad una situazione, personaggio, evento di fantasia raccontato dal master.

Ti aiuto io: per le bimbe ce ne sono in abbondanza; ci sono le bambole, ci sono i giochi di simulazione tipo la famiglia, il malato e l'infermiera (questo è un gioco che continua anche in età adulta) , il salto della corda, l'elastico; poi, un po' per tutti, le attività da parco di domenica primaverile, tipo il frisbee, la pallavolo in cerchio.

Poi, di relativamente recente uscita, anche giochi da tavolo tipo Pandèmia, Fermate Colombo; in pratica giochi dove l'avversario è una situazione generata dal gioco più o meno casualmente (l'evoluzione non può essere pilotata, altrimenti richiede l'intervento umano di un cattivo e non può non esserci, altrimenti il gioco può essere risolto semplicemente non facendo nulla) e i giocatori collaborano con ruoli diversi a risolvere il compito. Comunque pochissime mosche bianche, in un mondo di giochi competitivi.

Secondo te, perché c'è un gioco collaborativo ogni cento competitivi? Perché Assassin Creed lo conoscono tutti e Pandèmia non lo hai mai sentito nominare prima d'ora?

Conosco la tua risposta (perché l'animo umano è intrinsecamente competitivo, la collaborazione è solo un fastidioso costrutto sociale al quale ci adattiamo controvoglia), ma no. Il fatto è che quelli che chiamano giochi collaborativi in realtà non lo sono affatto. Primo, in un gioco collaborativo a informazione perfetta, in pratica (a meno di scontri di potere molto poco collaborativi!) gioca il più bravo, ovvero il più esperto, ovvero il più intuitivo, e gli altri stanno a guardare, la qual cosa non è molto stimolante. In più, in un gioco in cui sei obbligato a collaborare dallo stesso regolamento, non impari realmente a collaborare, ma impari ad odiare chi ti obbliga a fare delle scelte prima ancora di aver cominciato a giocare.

Pensa ad esempio a Mafia: credo che più o meno tutti si siano lasciati andare almeno una volta ad uscire di strada con la macchina e far filotto con i passanti. La libertà di scelta è fondamentale in un gioco e un gioco che non concede la scelta collaborazione/competizione non può essere un gioco collaborativo, è semplicemente una rottura di coglioni.

Il gioco collaborativo deve essere costruito così: ogni giocatore può scegliere se collaborare o competere e la scelta collaborativa è premiata dal meccanismo del gioco. Ecco, ora questo rispetta, secondo i più recenti (1949, ma abbiamo già detto che l'economia à lenta come la messa) studi di Nash, la reale meccanica della vita; pertanto il gioco diventa quello che realmente deve essere: un momento ludico educativo preparativo alla vita.

Ora, purtroppo il termine gioco collaborativo è già stato rubato dai giochi (falsamente)collaborativi già da decenni in circolazione, per cui per differenziare questa nuova tipologia di giochi, li chiamerò con l'acronimo cmcs, ovvero collaborare è meglio che competere sempre.

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collabora con i forti e fotti i deboli

giovanni getto
42 articoli.

povero che nutre il riccoCon i risultati di Nash scopriamo che la massima utilità in decisioni non collaborative è inferiore o al più uguale dei massimi paretiani e che nel caso in cui sia consentita la collaborazione l'utilità raggiungibile è sempre superiore, al peggio uguale, a quella raggiungibile nel caso in cui non si possa collaborare.

Lo ridico: dal 1949 è noto e dimostrato all'umanità che collaborare è meglio che competere sempre.

Per un pezzo mi son chiesto: perché poi non succede nei fatti? Quello che si sta dicendo è che TUTTI guadagnerebbero di più (avrebbero più alta utilità) se durante trattative di qualunque tipo (in particolare quelle economiche) collaborassero, eppure fior fiori di geni dell'economia passano il tempo a fottersi e a fotterci. Cosa c'è che non torna? La teoria dei giochi non è sbagliata, ma non ha riscontro con la realtà?

Pensa che ti ripensa, trovo la risposta nelle condizioni di applicazione della teoria dei giochi ed in particolare nella locuzione 'tra decisori intelligenti e razionali': la teoria dei giochi funziona bene se tutti i decisori coinvoltii (1) conoscono e capiscono tutte le regole del gioco (intelligenti), (2) compiono le scelte migliori possibili in termini di utilità e non condizionati da fattori emotivi (razionali).

In queste condizioni è sempre meglio collaborare, diversamente è meglio competere. Il tutto si riassume con il titolo di questo: se hai a che fare con persone che conoscono il fatto proprio, è meglio collaborare, diversamente è meglio competere. O, in forma contratta, sii amico dei forti e fottiti i deboli.

Ecco, questo torna con il mondo: è l'atteggiamento più diffuso perché è quello che dà i migliori risultati...

...

nel breve. Ma è del breve termine che il decisore razionale e intelligente si interessa...

Nel lungo termine, la soluzione migliore è avere sempre a che fare con decisori razionali e intelligenti, la qual cosa non solo rende vani i tentativi di competizione, ma aumenta ulteriormente gli utili per tutti.

Questo ragionamento si traduce in formazione, formazione, formazione! Come farebbe allora uno stato ad aumentare i propri utili e gli utili dei singoli decisori? Incrementando la formazione, procurandosi percentuali sempre più alte di decisori intelligenti e razionali. Eh, anche questo sembra un esito banale: più la gente è intelligente e meno saranno vulnerabili agli inganni, lo capirebbe anche un bambino... adeguatamente formato

Ma allora perché non stiamo puntando tutto sulla formazione? Non avremo forse una classe dirigente interessata ad avere una popolazione manipolabile? Ma no, ma cosa vado a pensare

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descrizione qualitativa di un'ipotesi di funzione d'utilità naturale

giovanni getto
42 articoli.

accende i soldi come una sigarettaContinuando quanto trattato venerdi, vorrei descrivere più dettagliatamente un'ipotesi di funzione come evidenziato in figura sotto con lo scopo di capire, discutere e aiutare a capire alcuni effetti/inganni insiti nella percezione del valore dei soldi ed eventualmente evitare di cascarci.

Il tutto partendo da un'ipotesi generale: quanto sono disposto a spendere deve/dovrebbe essere commisurato al valore di ciò che sto comprando; frase ambigua dal momento in cui il valore cambia da persona a persona, ma nel caso delle lotterie o delle assicurazioni, si limita ad essere il prodotto tra il rischio di vincita/accidente per il premio investito/danno da coprire più il costo del lavoro di chi gestisce l'ambaradan. E così sarebbe se la percezione del valore dei soldi fosse diciamo razionale (curva blu in figura).

Alcune puntualizzazioni prima di discutere il grafico:

  1. la curva è qualitativa, ricorda una sigmoide tipo curva di risposta ai farmaci, ma non mi importa una trattazione numerica, magari sia di spunto a chi vuol farla...;
  2. gli assi sono logaritmici, quindi differenze uguali lette sulla destra o sulla sinistra del grafico hanno in realtà valori enooormemente diversi: è più difficile da leggere, ma in questo modo ho esplorato un po' tutto il range economico di cui può capitare di parlare;
  3. le soglie e i limiti indicati sono approssimativamente quelli che mi sembrano corretti per la mia percezione, ma sono convinto che ognuno abbia i propri, legati alla quantità di denaro di cui dispone, o altri effetti di natura emotiva;
  4. le uniche deviazioni considerate sono sottostime nel campo dei bassi ed alti valori, credo si possano immaginare caratteri del tipo avaro, dove la percezione del valore dei soldi è superiore alla realtà, ma sono effetti che non interessano gli scopi di questo post;
  5. l'obiettivo della successiva descrizione è quello di convincerti che si applica anche a te e che il motivo per cui ti senti attratto dall'incanto della lotteria è un inganno percettivo, la speranza è che una volta rivelato l'inganno, ne diventi immune... che vuoi farci: io ci provo!

Da sinistra verso destra, ho diviso il range di percezione dei soldi in cinque zone a seconda di diversi atteggiamenti emotivi; ecco come:

  1. zona di indifferenza: sotto la soglia di indifferenza (puoi immaginare qualche centesimo) la percezione del valore rimane fissa a zero. Ovvero potrebbero rimanere tranquillamente venti centesimi in tasca dei pantaloni nella lavatrice, potremmo lasciare un resto di tale entità anche ad un venditore che non deve essere assolutamente premiato sapendo che comunque non faremmo nessuna bella figura e così via;
  2. zona di opulenza: prima di arrivare a dare ai soldi il valore razionale, c'è una zona di transiente all'interno della quale possiamo collocare gli acquisti impulsivi (era lì, costava solo venti euro, anche se non è che ne avessi bisogno, l'ho comprato!), le smargiassate (lascia, pago io!) o gli acquisti preventivi (non mi serve, ma non si sa mai); in questo caso ai soldi viene attribuito un correttivo al valore proporzionale, che è tanto più grande quanto è più piccolo il valore, è una zona del range economico all'interno del quale ci sentiamo... ricchi e liberi a volte di sperperare!
  3. zona di linearità: qui non c'è nulla da dire, se tutto va bene, ognuno di noi ha un range in cui sa valutare con proprietà il valore dei soldi; magari non su tutti i campi, perché va talmente pazza per quelle scarpe che pagherebbe qualsiasi cifra, ma in generale... sì;
  4. zona di ebbrezza: lo stesso effetto dell'alcool, sono quelle cifre che non vedrai mai mettendo insieme tutti gli introiti della tua vita, eppure sono lì, appoggiate sul tavolo tutte insieme con il cartello prendi prendi sono tuoi! Pensa a quante volte ti sei ritrovato a fantasticare su cosa compreresti con dieci milioni di euro in tasca ed il problema è che in realtà tu non sai quanto costa uno yacht e magari potresti dire che costa quattro o cinque milioni come se la differenza tra quattro e cinque milioni fosse un valore trascurabile con il quale sei abituato a trattare tutti i giorni; il peggio è che, in questo range, una lotteria che premia con dieci milioni o con cento milioni, dì la verità, non fa poi tanta differenza;
  5. zona di saturazione: siamo arrivati! Sono cifre che non riusciamo neanche ad immaginare, tanto che se qualcuno ci dice che la sanità italiana costa 110 miliardi l'anno non sappiam se commentare con caspita! oppure con tutto qui, aspettiamo a vedere cosa dicono gli altri; il debito italiano ha passato da un po' i 1900 miliardi di euro e non facciamo una piega, ma se ti dicono che ogni italiano nasce con 30.000 euro di debito sul groppone, sai subito cosa vuol dire, primo perché ti tocca molto da vicino e poi perché sappiam bene cosa vuol dire 30.000 euro.

Sapendo queste cose ti vengono in mente un po' di inganni che si potrebbero attuare sfruttando questi limiti naturali delle persone?

Abbiam capito che sotto la soglia dell'indifferenza la gente cede soldi anche senza motivo (c'hai mica cento lire?), ma per arrivare a cifre congrue bisogna pensare ad un sistema economico per contattare moltissima gente e attuare moltissimi trasferimenti, cosa fattibile con la rete o i mezzi di comunicazione di massa, ma dispendioso e poco efficiente; infatti è molto meglio salire in zona opulenza e dare una motivazione blanda al decisore che sia ad esempio un premio la cui entità il decisore stesso non sa valutare in maniera razionale; in pratica organizzo una lotteria chiedendoti di spendere una cifra che per te è sotto la soglia di razionalità e promettendoti un premio in zona ebbrezza: tu non valuterai l'entità del premio, ma lo percepirai a priori (senza ragionare!) come una cosa arbitrariamente grande. Si si, come i pellerossa che vendevano pezzi d'America in cambio di sveglie rotte: guarda che fine han fatto! Per farti capire, ad esempio, quanto è stupido il superenalotto (ma puoi applicare questo ragionamento a tutte le lotterie!) basta riportarlo entro range di linearità: giocheresti mai a testa o croce in una situazione in cui punti trenta euro e se vinci, vinci un euro, se perdi, perdi tutto? Credo di no: ecco questo è, proporzionalmente ad un gioco equo, la vincita del superenalotto. Un altro giochino che mi viene in mente è quello di puntare su persone più facoltose che hanno una zona di opulenza più estesa tenendo in considerazione che sono un gruppo meno numeroso. In pratica spingo a giocare d'azzardo con premi non equi (altrimenti ai grandi numeri non ho convenienza!) un gruppo ristretto di persone disposto a liberarsi di cifre più ingenti senza grosse difficoltà. Sì, sì, è proprio la descrizione dei casinò! Credo che più o meno dal grafico sotto si possano immaginare quanti inganni percettivi si vogliono (anche i sistemi di vendita gerarchici), ma non barare: ti ho proposto questi ragionamenti per aiutarti a non finirci invischiato, non per inventare nuove trappole per allocchi

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lascia lascia, offro io!

giovanni getto
42 articoli.

mendicante con caneMetto insieme un paio di riflessioni:

  1. Alla fine di una serata di festa medievale ho avuto occasione di parlare con il gestore di una bancarella che mi ha detto che ha incassato quattro euro (vendendo beni) e con un figurante che rappresentava un mendicante che mi ha detto che ne ha raccolti cinque, senza ricambiare nessun bene: al totale della serata, gli ospiti alla festa hanno preferito investire una somma più ingente in cambio di nulla, piuttosto che per l'acquisto di beni;
  2. Un amico ha confessato di aver giocato per anni due euro al giorno al superenalotto, ma ha anche ammesso che se avesse dovuto giocare 730 euro in un singolo giorno dell'anno, pur sapendo che la probabilità di vincere complessiva sarebbe stata la stessa, non lo avrebbe mai fatto.

L'idea che mi è balenata in mente (neanche particolarmente rivoluzionaria, ma porta a conclusioni utili) è che tutti noi abbiamo una soglia (di indifferenza) al di sotto della quale non diamo ai soldi il loro giusto valore, o addirittura nessun valore. Come dire quegli spiccioli che ci rimangono in tasca o in borsa per settimane, prima di ripulire tutto e accorgersi che tutti insieme cominciano a formare un bel gruzzoletto o il porcellino che si usava una volta (una volta?) per raccogliere i resti delle spese per poi andare a cena o in ferie. Fintanto che è UN SOLO resto, non gli diamo nessun valore.

Questo ragionamentino porta ad una conclusione immediata, se io ora volessi spillarti dei soldi, capisco al volo che se mi mantengo al di sotto della TUA soglia di indifferenza non dovrò darti particolari motivazioni per darmeli. Questo è il percorso che ha seguito naturalmente il tossico degli anni '70 nel noto clichet del che c'hai mica cento lire da darmi? tieni, ma non spenderli tutti in droga.

Analogamente, estendo, si ha lo stesso effetto parlando di grosse cifre: sapresti dirmi dal punto di vista economico che differenza c'è tra un miliardo e dieci miliardi? Ok ok, ti rifaccio l'esempio in maniera più convincente: se ti dicessi preferisci che ti dia un miliardo in tasca o che giochiamo a testa e croce, se esce testa non vince nulla se esce croce ti do dieci miliardi? Cosa risponderesti? La lotteria (la seconda scelta) è mediamente mooolto più vantaggiosa (cinque miliardi in media), ma sono sicuro che preferirai metterti il miliardo in tasca subito. Ragionamento che non credo si ripeterebbe se in gioco ci fosse un euro e dieci euro: giocheresti, no?

Tutto questo per dire che... secondo me noi abbiamo un range (ognuno il proprio) in cui, per esperienza personale, sappiamo dare un ragionevole valore alle cose, al di fuori del quale (in alto e in basso) perdiamo la cognizione e diventiamo vulnerabili. Chi è che se ne approfitta? Le lotterie e le assicurazioni, laddove pago una scommessa (di vincere o di subire un sinistro) che non è proporzionale al prodotto del rischio di accadimento dell'evento per il valore dell'evento stesso.

Questo per introdurre l'argomento, domani ti faccio vedere meglio.

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il referendum è intrinsecamente antidemocratico

giovanni getto
42 articoli.

padri della costituzione mentre firmanoSi può facilmente calcolare: quello che sta succedendo ora era prevedibile a tavolino già 60 anni fa. La storia del dovere civico non attacca; attacca solo chi vince e il referendum è strutturato per far vincere i NO.

Malizia o distrazione, non so, ma sarebbe ora di farci una pensata: facciamola insieme.

Guarda lo schemotto grafico in fondo. Dividiamo il 100% dei votanti in tre gruppi: chi è disinteressato al referendum (astenuti non strumentali), chi è motivato al NO, ovvero è d'accordo con la persistenza della legge in essere e chi è motivato a votare SI. Analizziamo le strategie: il primo gruppo non ha alternative, non va a votare! Il terzo gruppo non ha alternative: va a votare SI! Per il secondo gruppo invece ci sono due scelte possibili: astensione e votare NO, con le implicazioni che ben conosciamo, cioè se vai a votare NO aumenti la percentuale dei votanti e quindi la possibilità di superare il quorum, se ti astieni aumenti la possibilità di invalidare il referendum.

Facciamo finta di essere al primo referendum del mondo. I NO faranno dei ragionamenti singoli sull'astensione o sul voto contrario basandosi sul desiderio di far fallire il referendum, o sul dovere civico (che menata!) e alla fine si separeranno nelle due scelte rendendo inefficaci entrambi, nel senso che, se pensiamo alla forza a favore del NO come una squadra unica, questa massimizza la sua resa se si impegna o (1) a non far raggiungere il quorum o (2) a far prevalere i NO; portare avanti una strategia intermedia non fa che indebolire entrambe. Per far si che tutti scelgano la stessa strategia (o l'una o l'altra) ci sono due strade: le (a) iterazioni ripetute e la (b) leadership:

(a) referendum dopo referendum, il gruppo per il NO capisce il gioco e si sposta sempre di più verso il gruppo più numeroso;

(b) una struttura con canali comunicativi mass mediali pilota la scelta (tipicamente i partiti politici) verso quella che trova più fruttuosa (altroché dovere civico!).

Per il gruppo del NO la scelta più fruttuosa è quella dell'astensionismo per due motivi:

1. nel gruppo degli astensionisti ci sta anche il gruppo degli astenuti naturali indebitamente, perché non esprimendo un parere, implicitamente dovrebbero aver deciso di far decidere terzi, invece si trovano a dir di NO;

2. come deterrente al voto ci sta anche il tempo impiegato, lo spazio percorso, l'impegno, eccetera; pur poco, certo, ma è più di quello impiegato nel non votare. In una frase: è più facile convincere una persona che non ha preferenze a non votare che convincerla a votare.

Cosa si può prevedere di un sistema del genere? Che nel tempo, la percentuale di astenuti aumenti sempre di più e la percentuale di votanti SI aumenti sempre di più fino a tendere al 100%.

Ovvero: il referendum è un meccanismo fallimentare e antidemocratico sbilanciato verso il NO. Fine della dimostrazione.

Soluzione? Quorum bassissimo e all'atto della raccolta firme si raccoglie anche il voto. Tipo strutture che propendono al SI e strutture che sono per il NO raccolgono firme (ad esempio) per un mese con un quorum tipo di un milione di voti.

Così si costruisce l'anarchia: regole semplici ed eque che tutti conoscono e accettano e te stai ancora a perdere tempo con 'sta cazzata della democrazia?

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segregazione vs integrazione: soluzione di giorgetti

ilnono
75 articoli.

segregazionistiIl problema dell'integrazione in teoria dei giochi è ben descritto dal modello di Schelling: due città devono essere popolate da due gruppi diversi (gli alti e i bassi). Ogni persona ha le stesse preferenze,

ovvero 0 (minima) se capita in una città dove tutti gli abitanti sono dell'altro gruppo, 1 (massima) se capita in una città perfettamente integrata e 1/2 (media) se capita in una città dove tutti gli abitanti sono del proprio gruppo.

Si vede al volo che nessuno è razzista, l'integrazione è preferita da tutti, anche se, in caso di segregazione, tutti preferiscono stare nella città dove risiede il proprio gruppo (ovvio, no?). Tutti i cittadini decidono contemporaneamente senza consultarsi e su iterazioni ripetute fino all'equilibrio.

Nella foto sotto si vede il grafico delle utilità con cui ogni singolo cittadino decide; senza fare grossi calcoli, si vede che nel grafico ci sono due minimi ed un massimo che corrispondono, rispettivamente ad equilibri di Nash forti e debole.

In pratica, se non c'è un leader, un coordinatore che si preoccupa di mantenere, attraverso la comunicazione, l'equilibrio instabile (debole) della integrazione, il sistema tende ad andare verso l'equilibrio più stabile, quello della segregazione: i due gruppi hanno una tendenza spontanea a dividersi, nonostante i singoli abbiano una tendenza spontanea ad integrarsi. É affascinante questo problema perché estende l'effetto delle scelte del singolo (non coordinate) a quelle del gruppo, rende evidente che non solo non sono necessariamente l'una la conseguenza dell'altra, ma a volte sono addirittura antitetiche e, definitivamente, scelte prese in contesti competitivi (senza comunicazione e senza accordo) tendono ad equilibri di Nash decisamente inefficienti.

Le soluzioni proposte da Schelling per questo problema sono un paio ed entrambe collegate a meccanismi di determinazione casuale. La prima soluzione (troppo comunista per uscire da un economo americano!) è che il leader divide ugualmente i due gruppi nelle due città, decidendo casualmente individuo per individuo. In pratica... il governo obbliga il cittadino ad andare dove è meglio per la società e anche per il suo bene, per carità, ma pur sempre obbliga! La seconda soluzione è finto-individualista-vero-comunista: è il cittadino che tira una moneta per determinare casualmente il proprio destino. Non cambia nulla all'atto pratico, solo che il cittadino ha la sensazione di essere l'artefice del proprio destino... finché non si ferma a ragionarci un attimo. Poi fa la rivoluzione perché si sente, giustamente, preso per il culo.

Aggiungo la soluzione di Giorgetti, in realtà solo una riflessione in più, il problema è già completamente e brillantemente risolto nel modello, non nella realtà. Nella realtà, saranno diversi i fattori che guideranno le scelte dell'individuo in una delle due città, alcuni legati alle due città stesse (ambiente) e altri legati ai flussi della popolazione (società). Randomizzando la scelta a priori, tutte le preferenze legate all'ambiente sono ignorate e così l'individualismo (nel senso di valorizzazione dell'individuo) è completamente frustrato. Esistono invece una grande quantità di aspetti che possono essere salvaguardati, all'interno di una pur necessaria coordinazione sociale, che valorizzano le esigenze individuali. Pertanto, l'individuo esprime le proprie preferenze (diciamo in teoria) senza avere informazione della distribuzione della popolazione. Dopodiché viene per quanto possibile accontentato e, per quanto non possibile, randomizzato. I meccanismi di randomizzazione sui gruppi spontanei sono facili da inventare per gli addetti ai lavori e poco interessanti per i non addetti; resta il concetto fondamentale: è possibile ottimizzare l'utilità dei singoli e dei sistemi, massimizzando anche le preferenze individuali. Dal punto di vista politico, se l'organizzazione che determina l'atto di randomizzazione è spontanea, stiamo parlando né più né meno che di retarchia o genianarchia.

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tagli all'università? ti dico io come fare... cara gelmini

enrico
26 articoli.

ben polak teoria dei giochiCaro ministro, c'ho un modo semplicissimo per tagliare le spese all'università: chiudile! Non stare a cincischiare, questo non serve, quello serve meno: chiudi tutto. Lascia la parte della ricerca e una sezione piccola piccola che si occupa di fornire materiale didattico da sbattere in rete. Poi... la gente che vuole imparare qualcosa, recupera da sé questo materiale (o altro...), si informa, si forma e, se proprio ci tieni, perché lo so che voi siete fatti così, dagli anche una strutturina per fare gli esami e rilasciare i documenti (su quest'ultima parte fai tu, per me si può evitare).

Per farti capire meglio, ti illustro come è diventata la mia vita autoformativa dopo la scuola. Con un esempio: ora sono tremendamente incuriosito dalla teoria dei giochi. Bene, scarico quello che trovo e me lo studio; il piano di lavoro me lo faccio da solo, coadiuvato dai consigli che trovo in rete, lezioni, esercizi, spiegazioni e dritte su libri da comprare (carta?!? bleach). Decido quante e quali ore la settimana dedicare e poi mi ci metto sotto. Quando ho finito... indovina un po'? Me ne accorgo da solo e... nel frattempo mi sono divertito. Approfondisco quanto mi va, nelle direzioni in cui mi affascina di più e lo trovo più stimolante del Grande Fratello, al punto che una serata di studio mi affascina di più che una serata davanti alla tivù (ehi ehi! Forse è per questo che...)

Avevo cominciato dal videocorso del Santo dell'Università Fioravante Patrone, il quale, nonostante abbia fatto più di chiunque altro in Italia e già nel 2000, lascia in rete dei video malfatti, tagliati, con lunghe parti di interazione con gli studenti i quali, poverelli non essendo microfonati, non si sentono affatto. Poco male: tutto grasso che cola. Solo che, dopo la prima passata... voglio di più! Voglio capire di più (frase che non mi era mai passata per la testa durante la scuola, eh eh). Cerco ancora e non trovo nient'altro.

Alla fine mi arrendo e invece che cercare su google 'teoria dei giochi videocorsi' cerco 'games theory video lessons': ecco là che spunta il corso di Ben Polak dell'università di Yale. Ok ok, mi toccherà studiare in inglese (poco male, anzi: doppio lavoro), ma... le riprese sono di ottima qualità, la voce è sempre chiara, le lezioni sono complete e caricate direttamente su youtube (lo ripeto ministro, qui non stiamo parlando di videomessaggi con le materie della maturità, ma di lezioni universitarie: caricate direttamente su youtube) e, tutti sappiam bene, con poca integrazione software si possono scaricare.

Ascolta bene cosa diventa l'università: scarico sul mio smartphone i corsi e sul mio ebook reader (iLiad iRex) dispense, esercizi, libri e appunti tutto legalmente. Quando ho un momento qualsiasi, studio: in giro, al parco (non di questa stagione, però), persino in lunghi viaggi in macchina posso mettere le cuffiette e ascoltare le lezioni. Poi, quando mi sento pronto, vengo da te e mi fai un esame (lo so che ci tieni), ma nel frattempo (1) mi sono divertito la faccia, (2) ho deciso io la direzione dei miei studi, (3) ho investito in maniera costruttiva il mio tempo libero, (4) tu non hai speso una cippa, così puoi tranquillamente lasciare che i tuoi colleghi ministri buttino via molti più soldi di quelli che non stanno già buttando via adesso: cool, isn't it?

Si chiama descolarizzazione e... sì, tu e i tuoi cari professoroni passatisti non servite più.

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l'eroe fioravante patrone

ilnono
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La scuola è una bestia strana: fintanto che c'ero dentro non vedevo l'ora di uscire, ora che ne sono fuori, non smetterei mai di studiare!

Salve, mi chiamo Gianni e ho quasi 41 anni. A 23 anni mi sono laureato in Fisica delle Particelle Elementari, specializzato in Fisica Medica e abilitato all'esercizio della Radioprotezione. Da allora non ho mai smesso di studiare. Arti marziali cinesi, Capoeira, Danza Classica e Danza Moderna. Pianoforte, Ghironda, Giocoleria, Canto corale e Improvvisazione teatrale. Tutta la fisica, matematica e quel poco di medicina che mi è servita per lavoro e poi ancora Storia contemporanea, Filosofia, Psicologia e Sociologia per passione.

Adesso mi è venuta la passione per la teoria dei giochi, spiegherò altrove perché. E ricomincia la rumba.

Tutte le volte che mi avvicino ad una nuova branca dello scibile, comincio a cercare come un matto materiale in giro per la rete (da un po' di anni a questa parte, ovviamente...) ed ogni volta mi incazzo perché non capisco perché le università italiane non mettono in rete le lezioni universitarie. Cazzo. Perché io la sera non posso mettermi davanti al televisore, spaparanzato sul divano a seguire Metodi Matematici della Fisica legalmente scaricati dall'università (chessò) di Mondovì? Perché non posso caricarmi gli audio di lezioni di Sociologia Generale in macchina mentre per lavoro vado (chessò) a Mondovì? Perché in tv c'è sempre la stessa merda generalista e in radio danno sempre la stessa musica di merda e io non posso scaricare dal sito di un'università video-audio lezioni e appunti dei corsi?

Certo, c'è uninettuno. Prezioso, completo e tutto quanto, ma è uno! E non è completo (ovviamente). Le università cosa fanno? Cazzo! (sono argomenti che mi fanno incazzare davvero)

Insomma, ero pronto anche per la teoria dei giochi ad incazzarmi ancora e invece ho scoperto già ai primi clicchi che l'eroe Fioravante Patrone (insegnante universitario con il pedigree a posto) ha pubblicato in rete il suo corso completo di teoria dei giochi nel 2000 e l'ha lasciato ancora lì, non solo consultabile, ma scaricabile. In più una pagina piena di link (da verificare perché è vecchiotta, però c'è!) e appunti, commenti e...

Ok, ok. Io non conosco Fioravante, potrebbe essere qualunque cosa, ma una cosa è certa: questa cosa qui che ha fatto è eroica e se io fossi un qualsiasi altro professore universitario mi sentirei una merda a non aver fatto altrettanto e mi darei subito da fare per mettermi in pari, anche se insegnassi una materia inutile come diritto! Se invece sei un professore e anche tu hai già fatto come Fioravante, sappi che per me sei un eroe ed è per merito delle persone come voi che possiamo ancora farcela.

Parola d'ordine: descolarizzare!

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