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come faresti a dire a uno che ha un tumore?

giacuomo
19 articoli.

Provo ad indovinare la tua risposta: espressionescheletro che ammira fiocco di neve composta, sguardo serio (stiamo parlando di una cosa greve: la morte!), tutta la delicatezza del mondo e la storia della vecchia che è salita sul tetto. Abbiamo fatto il possibile, sfortuna, un caso su un milione, ancora qualche speranza c'è, eccetera.

Facciamoci una ragionata sopra. Da che possediamo la ragione sappiamo che moriremo. Dentro la nostra testa pensiamo che vivremo fino ad una decina d'anni oltre l'aspettativa media, perché siamo naturalmente di un ottimismo lievemente superiore alla media! In base a questa prospettiva ci tracciamo un percorso di vita noto: scuola-lavoro, qualche hobby ed amici, vacanze, figli-nipoti (tutti bravi ragazzi!), poi una vecchiaia dignitosa sperando di non essere di peso e la morte nel sonno.

Poi ci incontriamo con la vita; i progetti cambiano, si adattano, a volte (per colpa della contingenza) migliorano, a volte peggiorano, a volte restano così. Se all'improvviso uno ti dicesse che ti resta (diciamo) un anno di vita con una storia di malattia nel mezzo, ecco cosa cambierebbe: dovresti abbandonare tutti i progetti a più lunga scadenza, impegnarti sugli altri o farne di nuovi realizzabili in termini compatibili e riguardare con soddisfazione alle cose fatte... bene (dimenticarsi un attimo le stronzate!). Tempo di riassettarsi su questa nuova progettualità e fondamentalmente non cambia nulla. In pratica resta da affrontare con dolore (1) il cambiamento (non è mai facile), (2) l'istinto di sopravvivenza che continua a dirti checcazzodiciiii! Il resto è ancora comunque costantemente sempre gioia di vivere.

Questo direi ad uno a cui rimangono pochi mesi di vita. Gli farei vedere le cose belle che ha fatto e quelle che gli rimangono da fare, perché possano dargli la forza e la gioia di affrontare quelle brutte. In pratica... cercherei di farlo ridere! O meglio di farlo (e quindi di farmi) felice, in fondo viviamo per questo, no?

Io lo estenderei in generale questo ragionamento, riprendendo l'ipotesi della catarsi come base di tutto l'umorismo. In pratica, fare comicità in generale significa trovare il modo migliore per dire alla gente che sta morendo. Non in senso letterale, ovviamente. Prendiamo un esempio che mi sta a cuore: satira religiosa. Io SO che la religione ti sta prendendo in giro, ti sta allontanando dalla vita e da dio, si sta nutrendo delle tue energie per renderti un'automa al suo servizio e per fartelo capire non uso toni grevi, semplicemente ti espongo il problema facendotici ridere sopra: un gioioso atto d'amore e di liberazione.

Sai cosa succede quando i comici non sanno perché vogliono fare ridere? Non capiscono che temi trattare, in che modo, fanno delle cose alle volte belle e poi ritrattano: è pazzesco! Se chiedi ad un muratore perché fa una casa questo ti sa certo rispondere, se chiedi ad un comico perché vuol far ridere, non sa che dirti. Ti dice perché mi piace, la stessa risposta che avresti da un prete se gli chiedessi perché si approfitta dei minori.

Il caso è quello di Checco Zalone che imita Misseri... e poi ritratta! Eh no, Checco Zalone, se hai sentito che l'amplificazione e distorsione massmediatica degli eventi Sara-like è un tumore sociale di cui è opportuno che la gente si renda consapevole, hai fatto benissimo. L'unico modo per curare questo male e fare in modo che la gente se ne accorga. E menaje, non badare a spese: se non urli, non è facile svegliare un cadavere. Lo so, è duro, è difficile, è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Se non te la senti... fatti da parte che di gente capace ce n'è.

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