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performativi

arti performative: egocentriche o narcisiste?

giovanni getto
42 articoli.
venere allo specchio di velasquez

Fatto salvo l'entertainment (non perché si salvi, ma perché non voglio parlarne qui...), nella storia dello spettacolo e in particolar modo dopo l'esplosione dei mezzi di comunicazione di massa monodirezionali nell'ultimo secolo, tutte le arti performative possono essere suddivise in due grandi categorie: performance egocentriche e performance narcisiste.

Riconoscere le une dalle altre è relativamente semplice e lo possiamo fare ponendoci una domanda: il performer vuole che lo ammiri per qualcosa che sa fare (narcisista) o lo ascolti per qualcosa che ti vuole dire (egocentrico)?

Nota che in entrambe i casi, la forma di spettacolo è giustificata dal pubblico. Una persona che ha assistito ad uno spettacolo narcisista è capacissimo di tornare a casa e riferire il tutto con frasi del tipo: dovevi vedere, erano così bravi! Socialmente risulta come un'esclamazione legittima, nessuno risponderà frasi del tipo che centra, anche il mio idraulico è bravissimo, ma io lo pago perché mi ripara i tubi non per starlo a guardare!

Ma, poiché la tipologia di offerta performativa in campo artistica è così limitata, il top dei top lo riscontri quando lo spettatore, tornato a casa dallo spettacolo egocentrico commenterà uno spettacolo veramente illuminante, aveva un sacco di cose da comunicare! Tutti plauderanno all'impegno culturale e nessuno chiederà e tu cosa hai risposto?

Il fatto che tu in questo momento, leggendo, stai pensando beh, allora: è normale che sia così dimostra quanto il panorama delle arti performative non offre nulla di meglio allo spettatore che soddisfare i bisogni di una categoria egocentrica.

Prima dell'invasione culturale dei mass media, in teatro bisognava stare attenti a non sbagliare, in caso di performance non *ehm* gradita, il pubblico interveniva eccome! Ora neanche quello. Il pubblico nello spettacolo non esiste: il teatro è come una televisione in cui non puoi cambiare canale.

Il fatto è che siamo circa al 15esimo anno dall'esplosione di internet, le nuove generazioni ci sono cresciute; le modalità comunicative sono cambiate. La gente si aspetta di dire la propria anche sul giornale... online! Ormai le arti performative... no, le arti in generale, sono l'ultima forma di comunicazione in cui si può solo ascoltare. Avanguardia di 'sto cazzo: oggigiorno l'arte è la disciplina più arretrata di tutte, persino il mio idraulico ha un sito internet dove puoi aggiungere le recensioni dei clienti.

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arte vaporizzata a bregenz

franzisco
30 articoli.

Bregenz Plats del Wiener SymphonikerOgni anno, al festival di Bregenz, mastodontici palchi tecnologici ospitano performance a bordo lago lasciando miliardi di visitatori a bocca aperta. Forse, se vogliamo, pure troppo.

Rischia che la vera opera d'arte vaporizzata che si trova nella piazza antestante la Festspielhaus, passi completamente inosservata. Per fortuna Blade Painnet è stato lì!

A fine agosto, in barba alle vane speranze, in Austria, a circa 500 m s.l.m., è molto caldo, fastidiosamente caldo e gli austriaci non disdegnano di camminare scalzi, soprattutto nelle numerose fontane basse disseminate nelle varie strade e piazze. Nella Platz der Wiener Symphoniker si trova l'apoteosi del godimento austriaco: tutta la piazza è ricoperta da un sottile strato d'acqua e disseminato di sedie metalliche così che cittadini e visitatori possono posizionare una sedia in totale libertà e gustarsi la piacevole frescura ai piedi.

A sera, la gente ritorna a casa e la piazza ritorna al silenzio, mentre le sedie, ancora disposte come la gente ha voluto disporle (la foto sotto è al mattino, credo...), continuano a raccontare cosa è successo durante il giorno in quella piazza: una comitiva che si è fermata a parlare, un'altra a contemplare; chi ha voluto mettersi solitario tra gli alberi a guardare e non esser visto, una coppietta che si è fermata ad amoreggiare ed una famiglia con bambini un po' troppo vispi e schiamazzosi.

L'opera d'arte la fa la gente, l'artista ha solo dovuto urbanizzare gli strumenti e chi ha la sensibilità per fruirne, può accorgersi quanto una piazza sonnecchiosa ha da raccontare se le sedute non sono di pesantissimo marmo o peggio ancora, egoisticamente inchiodate al suolo a strillare io sono di tutti, ma non tua!

Infine, ciliegina sulla torta, per voler umilmente dimostrare quanto questa opera sia involontaria, qualcuno ha voluto incastrare centro piazza un monolito bigamba dorato, perfetto per far esclamare meravigliosa quest'arte contemporanea, ma io non la capisco e facile da riprodurre e riconoscere in foto, modellini e gadget.

Bregenz Plats del Wiener Symphoniker

 

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arte vita

ilnono
75 articoli.

secchio bucato

Questa è meta.arte. E non lo affermo solo perché l'ho fatto.

Ma perché è sempre più difficile trovare, fuori dal netfuturismo, arte vita. Il concetto è chiaramente illustrato dalla risposta che ricevetti da un religioso, il quale, trasgredendo alle regole della sua stessa religione e di fronte al mio rimprovero, mi disse 'ma che c'entra: quelle sono cose vere in chiesa, qui stiamo parlando della vita vera!'.

L'etica è così. Le tasse sono così. L'economia e la politica sono così. E anche l'arte è diventata così: tutte cose giuste e onerose che riguardano gli altri o che riguardano semplicemente chi ne sta parlando, mentre ne sta parlando e dove ne sta parlando. Non escono dal loro stesso contesto

La struttura stessa del post, in questo caso, contribuisce a rafforzare la distanza tra il contenuto e la vita (reTEaltà). Infatti, i post (similissimi come tipologia di composizione letteraria ai temi che mi costringevano a fare durante la scuola dell'obbligo), rispondono ad un preciso schema:

  1. il titolo che riassume il contenuto
  2. l'apertura che introduce la tesi
  3. lo svolgimento
  4. le conclusioni

Insomma: una scatola chiusa. Di per sé, un contenitore sigillato dentro al quale e al di fuori del quale nulla può passare. Ma se io non strutturassi il post in questo modo, qualcuno potrebbe obiettare che perderei la sua efficacia comunicativa e porgerei il fianco a critiche accademiche e relativo snobismo.

Invece, poiché ho la sensazione che la chiusura a fine conclusione contribuisca a non far uscire i contenuti di una proposta oltr.artistica, a far percepire i contenuti come un mondo a parte, un'altra realtà rispetto la vita, e poiché ritengo fondamentale che tu capisca che i contenuti di questo post (arte.vita e ribellismo) non hanno senso se rimangono confinati qui dentro,  lo strutturerò come un secchio bucato, ovvero lascerò fluire il suo contenuto dalla imboccatura fino al fondo, evitando di metterci una conclusione vera e propria con la speranza che la sospensione del finale consenta

(0 voti)

cosplay il lato oscuro dello spettacolo

donald
31 articoli.

Fine settimana a Lucca Comics and Games e, come ogni anno, pieno di cosplay. Al di là di ogni facile ironia sulle 'immagini' bene o mal riuscite (alla fine il cosplaying è solo uno spettacolo di immagine itinerante), riflettevo sul fatto che è comunque una forma di spettacolo lato pubblico.

É la gente comune (non divo) che si sbatte per costruirsi (o comprarsi) il costume del proprio eroe preferito, lo indossa e ci va in giro in una situazione protetta, ovvero dove ci sono altri che han fatto la stessa scelta. Per fare cosa? PIù o meno nulla. Guardare e farsi guardare, fotografare e farsi fotografare, fino all'apoteosi del nulla: il concorso io sono più meglio cosplay di te.

Estendendo le poche risposte che ho ottenuto dai cosplay di Lucca, credo che si possa dire che se chiedi loro perché lo fanno, ti risponderanno 'perché mi piace'. La stessa risposta che ti avrebbe potuto dare un bimbo che tira i sassi alle lucertole. E il fatto che, nonostante il primo ragionamento (stimabile forma di spettacolo itinerante lato pubblico), qualcosa non mi tornasse ha continuato a rodermi finché non ho capito.

In pratica quello che fanno i cosplay è di portare lato pubblico il peggio dello spettacolo, ovvero tutto quello che si vede dal palco, l'immagine, l'esibizionismo, la sensazione, eliminando  completamente (quando c'è) ogni forma di comunicazione o significato. Hanno trasportato lato pubblico goffamente gli aspetti linguistici (già sbagliati di per sé) e non quelli semantici (quello che fanno non ha nessun significato). Il cosplay vuole essere il personaggio, o perlomeno avere le sue caratteristiche migliori, ma per esserlo modifica il suo vestito, non sé stesso.

Sono il segno che il cancro della forma di spettacolo uno a molti ha infettato talmente tanto il modo comune di percepire le cose che, se dovesse incontrollata dare un figlio, questo nascerebbe deforme e peggiore del genitore.

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valutazione lato pubblico

giacuomo
19 articoli.

Nell'ottica di valutare una performance artistica di qualunque tipo, ma io ci metterei dentro anche lezioni didattiche, convegni, comizi politici, qualunque situazione comunicativa uno a molti, per me lo strumento migliore è guardare il pubblico.

Fai uno sforzo di immaginazione: pensa di andare ad uno spettacolo (anche un concerto, un'opera, ...) e invece di guardare lo spettacolo, stacchi la sedia, la giri e guardi il pubblico tutta la sera. Se ti piace quello che vedi (senza vedere affatto lo spettacolo) significa che lo spettacolo ha un valore.

Altro sforzo di immaginazione (l'ultimo, promesso!): cosa vedresti secondo te in uno spettacolo contemporaneo? Io dico la mia: tanta gente imbalsamata che guarda fissa in avanti come un automa. Qualche volta applaude, se del caso, qualche volta ride, rarissimamente dimostra disappunto e, di nascosto, commenta sottovoce. Non ti sembra eccessivo anche per chi, come me, adora i film di George Romero?

Pensavo che sarebbe stato bellino fare proprio un esperimento: andare in diversi tipi di spettacoli a riprendere il pubblico; montare il video di un paio d'ore di spettacolo in dieci minuti e proporlo ad una qualche mostra di arte d'avanguardia, ma sai che c'è? Mi è preso male al pensiero della gente che avrebbe fissato come degli zombi anche solo quei dieci minuti di video: sarei diventato complice. Diciamo che mi sento già in colpa perché sei rimasto a leggere questo per due minuti circa, perlomeno, se lo ritieni opportuno, qui puoi aggiungere un commento in fondo.

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lo spettacolo perfetto

giovanni getto
42 articoli.

Bisogna partire da quello che c'è. Ed è inutile, come lo metti, lo metti, la concezione delle arti performative (così come per le conferenze, lo sport, i massmedia, la politica, ...) è basata sullo schema divo/fan sia nei contesti performativi popolari (pensa al teatro, il cinema, i concerti), che colti, che avanguardistici. Sempre (e dico sempre) c'è una sola bocca senza orecchie che parla e non ascolta e una massa indistinta che ascolta e non parla, al più... ripete.

Non è un fatto da sottovalutare, se si tiene conto che questo modello comunicativo, giustificato da un lunghissimo passato storico, dalle mille ripetizioni, viene riprodotto ovunque nella vita sociale, nella quotidianità. Prova a chiederti quanti professori, durante una lezione, instaurano un dialogo con gli studenti. Sono studenti, dici, non c'hanno niente da dire... Io dico che non c'hanno niente da dire perché non sono mai stati messi nelle condizioni di dirlo. Eeeesagerato! Qualche professore che gestisce una lezione dialogata c'è e non solo, esempi teatrali storici e attuali di dialogo con il pubblico ci sono, la già nota rottura della quarta parete, ci sono le improvvisazioni con il pubblico, le cene con delitto ove il pubblico ha un ruolo attivo e fondamentale. Insomma in qualche situazione un secondo passo è stato fatto: il pubblico viene guidato verso una partecipazione attiva.

 

Pur sempre guidato. Ovvero rimane la figura centrale di 'game master', network operator, chi gestisce la performance decidendo cosa è giusto dire/fare e cosa no. Chiedetelo a chiunque nel settore e otterrete sempre la stessa risposta: sì, sì, bella la partecipazione, bella l'interazione, ma qualcuno di esperto che guida la serata ci vuole, altrimenti è il caos! Come mai, allora, questo qualcuno così esperto, che serve solo per guidare la serata, non ha mai pensato che uno schema comunicativo come quello sopra, ovvero stellare a polo singolo, è un pochettino limitato e, nella sua infinita esperienza e capacità di gestione dell'evento performativo, non si è mai preoccupato di indurre interazioni non stellari, ma reticolari? Nello schema sopra, ancora il pubblico vede solo sè stesso (sperduto nella massa) e il divo, ancora il rapporto è sbilanciato e limitato.

Il divo dovrebbe preparare o inventare metodi per favorire le interazioni pubblico-pubblico, in uno schema di questo tipo

La necessità dello stimolo proveniente lato-palco è perché il pubblico ha una fortissima (millenaria) abitudine a non riconoscere di essere... seduto l'uno di fianco all'altro. Gli altri spettatori esistono solo quando gli si deve dire shh se fanno troppo baccano. Tremendo questo fatto, se si pensa che non ci vuole nulla a farlo proprio e riproporlo in situazioni quotidiane (un pranzo al ristorante) o estremizzarlo in altre situazioni più emotive, fino ad arrivare a pensare che il tifoso della squadra di calcio avversaria non è più un'altra persona, ma un nemico. Questo schema comunicativo, nelle arti performative, è la VERA RI(E)VOLUZIONE. Ciò di cui l'arte e la società, nell'epoca dell'esplosione dei mezzi di comunicazione, ha bisogno. Tutto il resto sono fronzoli inutili. Lavorare sul resto, significa non aver capito quanto il mezzo (in questo caso la sua struttura) sia già di per sé contenuto, più importante del contenuto stesso.

Ma non finisce qua. Io sono ancora infastidito dalla presenza del pallino più grosso degli altri che non ha più motivo di esistere, per questo mi figuro un quarto schema comunicativo delle arti performative

ove la figura del divo è assente o, se preferiamo, sullo stesso piano del pubblico, che non è più pubblico, ma creat(t)ore. Questo è lo spettacolo perfetto. Una vera rivoluzione epocale che spazza via millenni di struttura identica e ripetitiva con un solo gesto di genialità e prepara la strada alla nuova struttura sociale che le evoluzioni tecnologiche in campo comunicativo hanno finalmente reso possibile: una reale retarchia.

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