By A Web design Company
il senso del lavoro

Da piccolo quando facevo i capricci perché volevo qualcosa, la mia mamma mi spiegava che ci volevano i soldi e che i soldi non crescevano sugli alberi. Certo che no, lo sapevo bene, i soldi si andavano a prendere in banca e non capivo perché non potesse andarci una volta in più per me e per i miei capricci. Ora sono cresciuto e le lezioni della mamma mi sono servite tanto. Ho scoperto che per avere i soldi bisogna lavorare e questo in tanti lo sanno (anche se non tutti). Ho scoperto soprattutto che il lavoro serve a due cose: primo di tutto a dare un senso alla vita, un senso sociale, che con il lavoro fai tu delle cose che servono, in qualche modo, anche agli altri e poi quel qualche cosa ti viene riconosciuto con i soldi con i quali dopo puoi comprare il risultato del lavoro degli altri. Per questo, appena ho potuto, ho cominciato a lavorare come pièrre in discoteca e con i soldi mi pagavo le lezioni di seduzione. Così più studiavo, più diventavo bravo; più diventavo bravo, più lavoravo e più soldi prendevano e più lezioni potevo seguire. Adesso sono un mostro con le donne.
80 miliardi di gioco d'azzardo nel 2011: scemo e più scemo
È passato più di un anno da che apprendevo che in media un'italiano (neonati compresi) getta mille euro l'anno in gioco d'azzardo. Pochi giorni fa sento la notizia che i 60 miliardi del 2010 sono diventati gli 80 miliardi del 2011.
Lo si poteva presumere, certo, in un periodo di crisi la gente sotto il 50esimo percentile della gaussiana delle doti cerebrali cerca naturalmente conforto nel culo, non potendolo trovare altrove. La crisi è aumentata e di conseguenza sono aumentate le spese. Presumere sì, ma ciò non toglie che non faccia incazzare. Questi idioti che giocano d'azzardo sono statisticamente più o meno gli stessi che si lamentano che non arrivano a fine mese, che si lamentano che le tasse aumentano e che non riescono a comprarsi da mangiare. Da mangiare no, ma da giocare si.
Ora magari leggi e dici, e va bè, io mica mi gioco più di mille euro l'anno in giochi d'azzardo! Eh, pensa che se non lo fai tu, il tuo partner e i tuoi due splendidi figli, vuol dire che da qualche parte c'è un idiota che si spende anche (in media!) la parte di cinquemila euro della tua famiglia.
Vuoi biasimare lo scemo? Il disperato? L'idiota che non capisce la vacuità del gioco d'azzardo? Ma va, io non voglio biasimare nessuno. Vorrei solo che ti ci fermassi a ragionare, fintanto che non è compulsivo. Per fartici fermare cosa ci vuole: coccole? Busse? Dimmelo tu, perché io non posso pensare all'orgoglio italiano, un popolo che crede nella pizza, nella mamma e nel gioco d'azzardo.
E poi mamma Stato! La mamma più snaturata del mondo che. per cercare quei.... quanto alla fine le rimane degli 80 miliardi? Gliene restano 10? 20? Legalizza... e va ancora bene, ma... promuove?!?
Gioca il giusto, dice. Il giusto è NIENTE! Per 10 miliardi l'anno lo stato italiano accetta di avere un popolo bue, di snaturare il senso del lavoro, di rischiare di mandare famiglie sul lastrico, lavoratori in mano agli strozzini. Vorrei capire quanto diventa il costo sociale: gente che non lavora più da un lato e che deve essere assistita dall'altro. E che cazzo, se non vuoi farlo per amor proprio, per amor di stato, fallo per i soldi che alla fine ne spendi più di quanto non ne guadagni.
l'incubo di turing e le certificazioni
Turing aveva un sogno: poter ridurre ogni algoritmo (diciamo in senso esteso procedura) ad una sequenza finita e prevedibile di poche semplici operazioni. Nella fattispecie, la macchina che egli teorizzò (non quella della foto) e che, a grandi linee, diede l'impulso per la costruzione dei moderni computer, avrebbe potuto realizzare un algoritmo qualsiasi conoscendo solo cinque semplici mosse: l'adenina, la citosina, la guanina, la timina e la melatonina (scheeeerzo! però anche il DNA è una complessissima macchina di Turing scomponibile in quattro elementi semplici, la melatonina è roba da Di Bella).
Lasciamo perdere taluni limiti intrinseci al computare tutti gli algoritmi (in particolare l'algoritmo che sa capire se tutti gli algoritmi sono computabili, incluso sè stesso) e rendiamo omaggio alle enormi possibilità , a quei tempi solo lontanamente intuite, ma che ora mi permettono di scrivere davanti a questo computer e a te di leggere. Il sogno di Turing, per quel che riguarda l'epoca dell'informatizzazione, è più una profezia, una divinazione, Turing è il vero Gesù Cristo del terzo millennio.
Il sogno si è però trasformato in incubo quando quella macchina, quel modo di pensare, dell'idea è uscita dalla meccanica e ci si è infilata sotto la pelle diventando il nostro nuovo modo di essere. Vivendo tutti tanto con i computer diventa naturale pensare come loro, anche se abbiamo una struttura cerebrale molto diversa e, fondamentalmente, non ci capiamo. Per arrivare a comunicare con le macchine uno dei due deve fare uno sforzo. Visto che il computer essenzialmente (per ora) è solo una macchina, siamo noi che cominciamo a ragionare come lui, ma staccare un modo di pensare non è così facile come spegnere un computer (chiedilo agli egiziani alle votazioni!).
Questo, ad esempio, ci ha portato a pensare che sia possibile, e soprattutto giusto, trasformare ogni filiera produttiva in una sequenza di cinque semplici mosse e taaac! ecco il marchio CE.
E il lavoro? Ogni singola cosa che fai al lavoro deve diventare procedura ed ecco, signore e signori, le certificazioni sono servite!
Voglio dire... splendida idea, per carità , se la realtà lavorativa fosse un decimo di quello che viene scritto sui fogli, la routine professionale sarebbe mooolto più tranquilla, la produttività enormemente migliorata, rischio di errore prossimo a zero e soprattutto la responsabilità : se non hai seguito la procedura è colpa tua, se l'hai seguita è colpa di chi ha fatto la procedura! Et voilà .
Ma non funziona. Non perché teoricamente non possa funzionare: credo che per le cose che facciamo al lavoro teoricamente potremmo essere facilmente sostituiti da una macchina di Turing; ma perché trasformare ed applicare la complessa realtà professionale in un algoritmo sia molto più complicato che lavorare e basta.
Quello che penso è che sarebbe importante mettere a fianco del sogno di Turing la consapevolezza che entro certi limiti funziona, ma da un certo punto in avanti ci vuole un po' di sbuzzo. E non lo dico come scusa o come boutade, dovrebbe proprio essere scritto in procedura. Esempio: in caso di incendio, usare l'estintore, suonare l'allarme, non usare l'ascensore, avvisare tutti e scendere le scale fino ai punti contrassegnati in pianta e se niente di queste cose qui funziona, improvvisa e sbattiti un po', cazzo! Vuoi che non trovi una soluzione?
Noi abbiamo un paio di emisferi che ragionano in modo opposto: l'emisfero sinistro adora la macchina di Turing, è razionale lui! Ma il destro è libero, creativo e passionale... e si sta atrofizzando! E non è che ci serve più l'uno o più l'altro, servono tutti e due e serve che collaborino. Il primo infatti, trova soluzioni più esatte, ma ci mette un po'. Il secondo trova soluzioni un po' così, alla cavolo, ma lo fa in un instante. Se si tratta di risolvere un integrale, l'emisfero di Turing va bene, ma se ci sta cadendo un pianoforte in testa e non abbiamo un malcovich in paradiso, sarebbe meglio dar retta all'emisfero creativo che strilla SALTA! perché quello razionale finirà spiaccicato mentre calcola direzione, verso e modulo della velocità di caduta del pianoforte, lui e tutte le sue procedure e certificazioni.
la retorica del lavoro duro
Ti ricordi quando scrivevo che è ridicolo vantarsi perché si lavora molto? Ecco, questa è una naturale estensione del ragionamento fatto ieri sul costo e sul valore delle cose.
Ragioniamo per un attimo dall’alto da un punto di vista idealistico. Facciamo finta di essere dio con una società da costruire: da una parte abbiamo a disposizione un certo numero di ore*uomo lavoro e dall’altra una serie di lavori suddivisi per tipologia che richiedono ognuno un certo numero di ore*uomo lavoro. Per voler ottimizzare il sistema, chiediamo agli individui che tipologia di lavoro vogliono fare (quel lavoro che li rende felici quando lo fanno!), li distribuiamo seguendo questo criterio e nel caso in cui, alla fine della distribuzione, rimangano dei… lavori spiacevoli che nessuno vuole fare, suddividiamo tra le varie persone quelle ore*uomo e avremo ottimizzato il sistema.
Si capisce così che alla fine il lavoro spiacevole è ridotto all’osso? Certo, tra il sistema ideale e la sua attuazione ci saranno cali di efficienza; il punto non è questo. Il punto è che con la struttura attuale (questo finto liberismo economico) non stiamo neppure tendendo all’ottimizzazione del mondo del lavoro, ma all’ottimizzazione della produzione, ovvero alla crescita dell’economia indipendentemente dalla tipologia e dall’utilità del bene o del servizio prodotto.
Nella nostra attuale economia, più si lavora, più si produce, più si guadagna e meglio è!
In un’economia ben pensata, quel lavoro la cui esecuzione è un sacrificio del quale ci si può vantare, dovrebbe essere ridotto a poche ore la settimana. In un’economia ben pensata quando uno dice lavoro molto, la gente risponde beato te, io invece ho delle cose da fare.
Ok, ora ci sono tutti gli elementi e domani posso lanciare la proposta che può rendere l’organizzazione (geni)anarchica una realtà , a partire da un programma politico, attraverso un partito e chiudendo con l’organizzazione sociale. Rapido riassunto e poi partiamo: niente rivoluzione, niente insediamento territoriale, transiente (convivenza con l’attuale democrazia) gestito funzionalmente e, ovviamente, secondo le normative vigenti; niente soldi, niente lavoro sgradevole. Ti dice nulla questa serie di considerazioni?
in ferie per staccare dal lavoro? il valore della propaganda
Prova a fare questo esperimento: comunica a dieci tra i tuoi colleghi o amici un disagio lavorativo del tipo "questo lavoro è uno schifo, sottopagato, orario di merda, il capo non capisce un cazzo e così via..." e ad altri dieci una soddisfazione del tipo "un peccato che si debba andare in ferie, mi stavo proprio divertendo, sono soddisfatto della mia paga è proprio quella che mi merito, ma soprattutto il mio capo sa come farmi sentire valorizzato!"
Probabilmente senza passare ai fatti (io l'ho fatto!), sai già immaginarti le reazioni: parlare male del lavoro è popolare, parlarne bene è... crumiro! Cioè, indipendentemente dalla realtà , è socialmente richiesto di parlare con insoddisfazione del lavoro, nonostante quello che sappiamo tutti.
Cosa sappiamo tutti? Che non deve essere così!
Passiamo tutta l'adolescenza a sentirci dire che dobbiamo darci da fare per trovarci un lavoro che ci piace e per il resto della vita ci è richiesto di ammettere (che sia vero o che non lo sia) che abbiamo fallito, che lavorare fa schifo e che non vediamo l'ora di "staccare un po' per andare in vacanza". Abbiamo sentito dire tante volte e tante volte abbiamo ripetuto "sarebbe troppo bello trovare un lavoro che mi diverte fare, ma è impossibile", che ormai ci sembra una verità dogmatica.
Ma lo è veramente?
Fai l'esperimento di parlare con soddisfazione (anche mentendo) del tuo lavoro e divertiti a vedere cosa succede. Se hai paura di comprometterti, fallo con persone che non conosci, giusto per vedere con i tuoi occhi una fetta di mondo nuovo.
La (mia) soluzione: hai mai sentito qualcuno pronunciare la frase "mi diverto tanto che in pratica non lo si può considerare un lavoro", magari parlando di un secondo lavoro, di un hobby o altro? Magari l'hai pronunciata tu stesso. Per me sotto sotto tutti sappiamo che il lavoro deve essere divertente, che una cosa divertente continui a farla anche quando sei stanco, che il tempo passa in un attimo se ti diverti e che la fai con impegno e passione anche se alcune parti non sono così belle belle, non ti importa perché complessivamente è divertente. Tutti lo sappiamo. Che se il lavoro fosse come dovrebbe essere (divertente), non passeremmo la vita ad aspettare la pensione, ma una fottuta, infida propaganda della schiavitù di cui noi stessi diventiamo portavoce e fautori, ci ha convinto che appena diventa divertente non è più lavoro. Spezziamo la catena: diventiamo testimonial della campagna inversa raccontandoci le parti belle del lavoro e quanto sia giusto che sia così, che peccato che tra un po' si va in ferie, ma forse staccare un po' fa bene, anche se non credo. In fondo si tratta solo di darsi da fare per rendere vivibile un terzo della nostra vita, no?
la vita è ingiusta
Parlando con amici, ho scoperto che uno dei motivi per cui la gente crede che nel gioco d'azzardo (leggi superenalotto, win for life, ...) le probabilità di vincita siano irrazionalmente spostate a proprio favore (giocare è facile, vincere lo è ancora di più!) è un'incredibile senso di giustizia!
Metti insieme queste due cose: (1) life sucks, la vita è una merda, fatico a trovare lavoro, la casa costa un'occhio, non ho un secondo libero per me, eccetera. (2) esiste una sorta di meccanismo di giustizia cosmica che è consapevole del fatto che la mia è una vita oggettivamente di merda e che non vede l'ora che io gli dia l'occasione per ribilanciare questa sfortuna, per cui è normale che la mia probabilità di vincere non sia uguale a quella degli altri o quella che potrebbe calcolare un buon matematico: insomma, per me è più facile vincere perché è giusto così. Corollario: la mia vita non è così male, ma comunque merito più soldi di quelli che non riesco a guadagnarmi con il lavoro, per cui il signor giustizia cosmica, che tutto vede e tutto sa, sistemerà tutto con la lotteria.
Ci sono due notizie per te: fintanto che il medico non ti viene a dire che cos'era quella strana ombra sulla tua lastra, devo proprio dirti che la tua vita non è così male; molta di quell'altra gente che gioca d'azzardo è messa peggio di te e sai che c'è? Neanche loro vinceranno più di te o hanno più probabilità di vincere degli altri. Non importa cosa ti abbia raccontato la nonna mentre spaccava gocce d'olio su un piattino d'acqua messo sulla tua testa, o cosa ti abbia predetto la fatucchiera all'ultima festa medievale, o cosa strillasse il prete mentre abusava di te da piccolo: non esiste un sistema di bilanciamento cosmico di giustizia. Ci siamo solo tu ed io. Appena ti sei convinto di questa cosa, possiamo abbandonare queste stronzate e rimetterci a lavorare sodo per fare in modo che le cose filino un po' più per il verso giusto. Perché se non lo fai tu, mi tocca fare tutto a me.
perché è imbecille giocare d'azzardo
Fondamentalmente perché uccide il senso del lavoro, che è uno dei cinque aspetti che dà senso alla vita. Qualunque gioco d'azzardo, dalla tombola di natale, il grattaevinci, fino alle slot machine, i cavalli e il poker. Ma visto che questa cosa fai fatica a capirla, ecco una serie di motivazioni più... diciamo... terra terra
- Mio padre rovinato dai cavalli ha perso soldi, lavoro, dignitÃ
- Padre di tre figli si impicca Rovinato dal gioco d' azzardo
- Io, rovinato dalla febbre del gioco d'azzardo
- VOGHERA - Storia di un giovane vogherese rovinato dal videopoker
- Rovinato dal gioco si dà fuoco nell'auto
- Il gioco ha rovinato la mia vita
- Poker e cavalli, così mi sono rovinato
- Nn riesco a smettere di giocare al bingo ho quasi finito tutti i soldi
- Jamma: Rovinato dai videopoker: ora mi ammazzo
- Poker on line e gioco d'azzardo, la moderna condanna a morte
Poi ci sono le storie dei vip, tra cui ricordiamo Marco Baldini e Emilio Fede ha scampato all'ultimo momento la condanna per gioco d'azzardo. Forse è questa la strada più motivante: non vorrai mica diventare emulo di Emilio Fede?
vivo per lavorare o lavoro per vivere
Le due (antitetiche) posizioni/luogo-comune sono 'io lavoro per vivere mica vivo per lavorare' e 'lavoro 20 ore al giorno anche il sabato e la domenica'. La prima per dire che nella mia vita le cose importanti sono altro che il lavoro, la seconda per evidenziare che io sono una macchina sociale per produrre benessere quindi siete solo in debito con me.
Visto che potreste sostenere nella stessa frase entrambe queste posizioni contrastanti  con successo di fronte alla stessa audience (retorica da consenso facile, diciamo...), direi che è arrivato il momento di fare una scelta: quale, secondo te, è la posizione corretta: il lavoro come senso di vita o il lavoro come portatore sano di stipendio?
Ti dico come la vedo io: sono entrambe stupidate gravi!
Mentre da un lato può essere stimabile una iperattività quotidiana, se contrapposta all'inedia, ad una vita non vissuta, non è possibile immaginare che questa attività intensa sia, per così dire, monodirezionale, ovvero tutta puntata sul lavoro. Siamo naturalmente individui multidirezionali, costituiti da una incredibile varietà di aspetti; trascurarne alcuni a favore di altri non farà altro che trasformarci in mostri ultraspecializzati, stracompetitivi sul mercato per come è concepito in questa epoca storica, ma inutili dal punto di vista umano.
Mi piacerebbe poter riassumere (ma a solo scopo suggest.esemplificativo) gli aspetti dell'essere umano in cinque categorie:
- professionali (contributo sociale in beni o servizi)
- relazionali (famiglia ed amicizie e...)
- culturali (autoformazione)
- creativi
- riposo (non necessariamente il sonno, ma è necessario anche quello, no?)
Se uno dedica cinque ore al giorno ad ognuna di queste tipologie di attività è stimabile; dedicare tutto il tempo ad una sola di esse è idiota: abbiamo fatto una rivoluzione industriale per metterci in grado di non fare una cosa così stupida, eppure... Non fa di te una persona completa, ma un'automa specializzato in nulla.
Tutto questo per avvisarti che la prossima volta che siamo a cena insieme e ti sento dire io lavoro 20 ore al giorno, non stupirti se ti rispondo e bravo coglione!
in pensione dopo gli ottantanni!
Quante volte hai sentito dire: 'bisognerebbe vivere alla rovescia, in pensione da giovane e a lavorare da vecchio e invece quando hai il tempo per gustarti la vita, non hai le energie per farlo!'
O altre espressioni del tipo 'mi spacco la schiena tutta la settimana, lavoro il sabato e la domenica e anno scorso ho rinunciato alle ferie' come se fosse una cosa di cui vantarsi, anziché una cosa da nascondere. Se il lavoro fosse il piacere che dovrebbe essere, sarebbe come vantarsi di stare tutto il giorno davanti alla playstation!
Sono evidenti sintomi che il lavoro ha perso di senso. L'aspetto sociale completamente affogato da quello economico, già a livello strutturale: orario fisso e obbligatorio, ferie come liberazione, malattia come un diritto. Da quando uno dovrebbe obbligarti a fare una cosa che per te dovrebbe essere... un piacere? Da quando il lavoro non è più un piacere? Da quanto tempo la gente si è dimenticata che lavora per dare un senso a sé stessa prima che per i soldi? E perchè?
Io stesso, nonostante sia convinto che l'approccio al lavoro dovrebbe essere enormemente diverso da quello contemporaneo, mi accorgo che le ore in cui sono più utile alla società non sono quelle tra la timbratura di ingresso e quella di uscita, ma quelle che dedico al tempo libero. Una realtà che ti porta a pensare che l'orario di lavoro dovrebbe essere almeno dimezzato, anzi ridotto di un quarto. Ma poi, se ti ci fermi a ragionare, capisci che l'orario di lavoro non dovrebbe esistere.
Guarda che non credo sia un discorso... utopico; credo solo che dovremmo solo un po' tutti fermarci a ragionarci sopra e riscoprirne il senso ed eventualmente ridiscuterne: perché i miei colleghi anziani sono spesso dietro a calcolare se e quando possono andare in pensione? Se il lavoro fosse come dovrebbe essere, la pensione (il momento in cui ti trasformi da promotore sociale a zavorra) dovrebbe essere vissuto con orrore. Dovresti desiderare di andare in pensione il giorno dopo di essere morto. Ben inteso, eccezion fatta per i lavori fisici che, con l'età , incontrano ostacoli oggettivi che van ben oltre l'entusiasmo.
Chi pensa che lavorare sia una cosa gratificante? Chi, tra questi, desidera andare in pensione dopo gli ottantanni?
se tu fossi parlamentare, quanto costeresti?
Un tema di grandissima attualità . Siamo tutti pronti a criticare, ma se fossimo lì, cosa faremmo? Prima di rispondere, fai con me alcune precisazioni. Stabiliamo bene cosa dobbiamo mettere sui due piatti della bilancia, prima di dire da che parte pende e di quanto. Uno potrebbe voler valutare la differenza tra le attuali idee e le idee per le quali si viene pagati e stabilire in base a questo un prezzo. Ecco: questo no! Ipotizziamo che le idee per le quali sei stato eletto per te sono inestimabili e le idee che andresti ad appoggiare una volta pagato per te non hanno nessun valore, anzi sono deleterie. Vediamo i pro ed i contro:
- non accetti:Â
- guadagno in reputazione tra i colleghi
- guadagneresti in reputazione tra la gente
- porti avanti le idee in cui credi
- eviti che politiche che, secondo il tuo pensiero politico, danneggiano la gente, vadano avanti
- accetti:
- soldi o altra retribuzione
Se riesci a dare una stima economica a quello che c'è sul piatto non accetti, immediatamente sai dire quanto bisogna mettere sul piatto accetti (più un euro) affinché tu possa essere comprato. Addirittura si potrebbero quotare le singole voci. Credo che se avessimo il coraggio di aggiungere ognuno la propria risposta, le proprie quotazioni, ci stupiremmo l'un l'altro.
Non voglio condizionarti aggiungendo la mia risposta, ma neanche voglio sottrarmi ad una mia stessa provocazione, per cui rispondo qui a seguito. Se vuoi pensare ad una tua risposta prima, interrompi qui la lettura.
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Per me il problema chiave è l'incapacità di stimare il terzo e quarto punto, ovvero (1) l'impatto che avrà sulla gente il rinunciare alla propria politica (nella quale ovviamente si crede) e attuarne un'altra e (2) quanto questo influisce sulla mia vita o sulla mia... ehm... coscienza, il tutto moltiplicato per 60 milioni. Credo che se l'influenza sulla mia vita fosse strettamente connessa al reale effetto sulla gente, ovvero se avessi piena coscienza del danno che arrecherei agli italiani e fossi capace di moltiplicarlo per 60 milioni, riuscirei comunque a stabilire un prezzo, ma tale che nessuno potrebbe permetterselo. Riuscire a capire/concepire questi tre passaggi richiede una discreta intelligenza, anche per questo sarebbe opportuno che tra i nostri parlamentari non ci fossero idioti.
superenalotto perchè non si vince
Visto che è questa la domanda più frequente dei referee al mio sito, siediti che ora ti spiego. Prima di tutto... la domanda è malposta (ma risponderò qui a seguire). Le vere domande che dovresti porti sono altre due: (1) cosa compro quando gioco una scheda e (2) perché vorrei vincere? Ecco le risposte:
1. Compri la legittimazione di progettare investimenti di milioni e milioni per secondi, minuti, giorni in base a quanto riesci ad illuderti. Dal momento in cui compri il biglietto/scheda fino all'estrazione, puoi ragionevolmente fermarti a sognare decidendo come spenderai i tuoi soldi e come tutto questo cambierà la tua vita. Ed è una bella sensazione, no? Gustatela, hai pagato per quella... e per nient'altro.
2. Il premio sconvolgerà completamente la tua vita, questo desideri, no? Allora la domanda non dovrebbe essere perchè non vinco?, ma cos'ha la mia vita che non va e cos'è quell'ostacolo insormontabile per colpa del quale non riesco a migliorarla da solo (o con aiuto). In ultimo chi o cosa mi ha convinto che la mia vita può migliorare solo tutto di colpo e non piano piano, ogni singolo giorno e a seguito di ogni singolo mio sforzo.
E poi... non vinci perché è molto improbabile che tu vinca! Il fatto è che la probabilità che tu vinca è un numero così piccolo che fai fatica a concepirlo, o meglio, per vincere dovresti giocare un numero di volte così grande che fai fatica a concepirlo. Provo ad aiutarti: la probabilità di vincere è di uno su 311 milioni per ogni euro giocato, la probabilità che tu muoia mentre leggi questo articolo (considerando due minuti per leggerlo) è di uno su 215 milioni, ovvero è un po' più probabile. Quindi, se sei ancora vivo dovresti aver capito quanto è bene che la probabilità  sia così bassa e che tu sia uno sfigato, altrimenti... lasciatelo dire amico: sei davvero uno fortunato!



