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il pensiero perfetto

Sono Saggio. Di Forlì. Clericus Vagans seguace di Abelardo dal 1214. Non ho mai abbandonato i suoi insegnamenti seguendo lungo la storia le evoluzioni della logica. Dall' 'intelligo ut credam' all' 'intelligo ut non credam' fino al 'non intelligo, sed ripeto ut credam' del terzo millennio.

Ho assistito all'apparente sconfitta della logica attraverso i teoremi di Gëdel nel 1931. Per un bel po' ho creduto che l'abbandono del razionalismo della scolastica fosse stato nuovamente abbandonato a causa di questo. Invece, provando a chiedere ai nuovi pseudo-credenti, nessuno sa dei teoremi di Gëdel, dicono, come quando ero giovane, che credono per fede, che certe cose si sentono con il cuore e non si capiscono e tutte quelle cazzate lì.

Questa nuova scoperta mi ha dato nuova energia per fare l'unico lavoro che un vero goliardo, dopo le dichiarazioni di Gëdel, DEVE cominciare a fare. La LOGICA come la conosciamo ora è fallace? Bene, cominciamo ad inventare/concepire nuova logica perfetta. Il tempo come l'ha ri-proposto Einstein all'inizio del secolo scorso (un periodo sfigato per il razionalismo) è fallace e contradditorio? Bene, cominciamo ad inventare/concepire nuovo concetto di tempo perfetto. Questa è una chiamata alle armi per tutti gli scolastici rimasti: cominciamo ad inventare/concepire il pensiero perfetto!

Ecco le cose sulle quali bisogna un po’ fermarcisi a pensare:

1. non abbiamo un concetto di ‘verità’ decente

2. non abbiamo un concetto di ‘tempo‘ decente (anche di ‘spazio’, a dirla tutta, ma credo conti meno)

3. non abbiamo una struttura di pensiero completa e non contradditoria

ma è vero che lo scopo della vita è capirla?

saggio
27 articoli.

edipo interroga la sfingeInsomma più o meno tutti abbiamo questa sensazione Jerry-Scotti-like.

Sì, sì: come se dio fosse un paffuto e passito presentatore che con un sorriso compiaciuto ci chiede la domanda più difficile di tutte, proponendoci in cambio il milione del signor Bonaventura e poi resta seduto a guardarci (o a mandarci suggerimenti, parlando ai meno fatalisti) fintanto che non indoviniamo o che non scade il tempo.

Dai, in quanti hanno questa sensazione? Non era Quasimodo quello che voleva sollevare il velo della realtà? Di Neo sono sicuro: voleva la verità della matrice, ma poi il film ci ha fatto dimenticare che avrebbe dovuto anche volere la verità di Zion. La realtà sensoriale che ci è sofferta è (percepita come) una menzogna e noi esigiamo di sapere la verità! Ho la sensazione che gli istinti complottisti, sempre più di moda, derivino da un transfert di questo umanissimo senso di smarrimento.

Appena mi è capitato di guardare in faccia questo modo di vedere le cose, non ho potuto fare a meno di pensare che è molto... umano. Come se una formica, dopo aver girato il formicaio, congetturasse che tutti gli esseri del creato hanno le antenne e, trovandosi di fronte al primo essere umano, lo giudicasse sbagliato, indicandolo come eretico e mettendolo al rogo... ma questa è un'altra storia.

In fondo la curiosità è un altro umanissimo istinto; la ricerca di conoscenza, il miglioramento del sé, non è detto che il mistero dell'esistenza (se ce n'è uno) risponda a questa umanissima richiesta. Dopo aver verbalizzato questa domanda, torno a pormela e a cercare di dare una risposta, eh eh eh. Va bene cercare di capirsi, ma in fondo siamo fatti di noi!

Ma la cosa buffa la sai qual'è? La domanda riguardo l'origine e il senso della realtà è insita nella curiosità umana: chi più, chi meno, con o senza canna, tutti ce la poniamo. Possibile che nessuno abbia mai trovato una risposta? E se uno trova la risposta cosa succede? Suona un campanello? Appare Jerry Scotti che ti dà il milione. Se l'idea fosse che esce dal gioco, mi viene da pensare che tutte quelle persone (immagino che anche tu ne abbia conosciuta una) che muoiono improvvisamente da zero a cento, dal nulla proprio, tipo un ictus, ma senza nessun preavviso, ecco questi hanno avuto la folgorazione: hanno capito il senso della vita e per loro il gioco si conclude così... altrimenti potrebbero suggerire agli altri!

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anarchia: l'assenza di regole è già una regola

saggio
27 articoli.

the wall dei pink floyd tritano bimbiStoricamente si intende l'anarchia o l'individualismo come un sistema all'interno del quale la libertà dell'individuo non deve o non può essere limitata da sovrastrutture, o per dirla alla Goedel, la norules rule.

È evidente che, per quello che abbiam visto fino ad ora, il limite di questo punto di vista non è l'utopia (quante volte ho sentito questa frase!), ma il paradosso!

Una società non regolamentata può funzionare se è al massimo composta da un elemento, poiché la relazione, che è una funzione a due o più parametri, è già intrinsecamente una regola. D'altro canto, una società con zero elementi può apparire interessante solo ad un necrofilo ed una società con un solo elemento può durare al massimo dalle 21.00 alle 23.30 di venerdì, durante la serata di bridge di mia moglie. Una società con più di un individuo senza relazioni, non è una società. D'ora in avanti considereremo solo sistemi con più di un individuo che comunicano tra loro.

Tutto questo per dire che, sicuramente, l'idea anarchica è limitata almeno dal teorema di incompletezza di Goedel; ma non è finita qui.

Nel voler realizzare un sistema sociale efficiente interviene il teorema di Nash e le nozioni di Equilibrio di Nash e di ottimo Paretiano. Sinceramente non ho mai sentito nessun anarchico parlare di efficienza di sistema sociale... vabbè, lo faccio io! Con il pensiero che se avessero saputo cos'è, lo avrebbero fatto anche loro. Ovvero, nessuno vuole (mi auguro) che in nome di chissà quale libertà (concetto che, tra l'altro, andrebbe anch'esso rivisto in ottica Goedeliana nel caso, ad esempio, del rapporto sadomasochista) si arrivi ad una società inefficiente, ovvero non in grado di ottimizzare la propria utilità, ove per utilità si intende ciò che l'individuo desidera, qualunque cosa essa sia. Significherebbe dire che, se è la libertà ciò che desidero, rinuncio ad averla, pur di avere la mia libertà (altro paradossino-ino-ino). Per arrivare agli ottimi paretiani è necessaria la collaborazione, ovvero la stipulazione di accordi vincolanti (leggi: leggi!), l'alternativa è la competizione che, come si è visto nell'esempio del problema di segregazione/integrazione, porterebbe ad esempio velocemente ed inesorabilmente alla segregazione. Il che mi sta a dire che la competizione (ovvero lo spettro paradossale dell'anarchia non regolamentata) è almeno razzista; dio solo sa a quali altri effetti potrebbe portare se lasciata libera di regolare sistemi.

In conclusione, nel voler costruire un sistema anarchico si incontrano (almeno! questi sono quelli che ho trovato io, magari ce ne sono altri) due limiti strutturali: (1) il paradosso della libertà senza regole, che è un muro impenetrabile con l'attuale struttura di pensiero, (2) l'inefficienza di sistemi non regolamentati da accordi vincolanti (ricordo che inefficienza significa a grandi linee scarsa attitudine a realizzare le aspettative dell'individuo).

Accettati questi limiti, non è difficile procedere a definire come deve essere fatto un sistema anarchico ben pensato (che io continuo a chiamare genianarchico, mi piace anche retarchico, o netarchico, ma il nome poco conta). Un esempio è la mia proposta di soluzione al problema dellasegregazione/integrazione e in generale può essere definito così: un sistema regolamentato con soli e tutti gli accordi necessari a massimizzare le utilità dei singoli individui. Questo significa che il sistema pone al centro l'individuo, la sua specialità (essere speciale) e la sua unicità e che è il sistema che si struttura per favorirne la massima esaltazione.

Se la definizione ti è un po' criptica, guarda l'esempio, per me chiarisce molto. Altrimenti chiedi. Io sono qui.

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cominciamo a costruire

saggio
27 articoli.

ego e superegoRicordo cosa sto facendo: sto costruendo un modello di pensiero completo e coerente, contrariamente a quanto affermato nel teorema di incompletezza di Goedel, secondo il quale sarebbe impossibile. Ma se è stato dimostrato che è impossibile, perché ci provo? Ma perché probabilmente il teorema di Goedel è legato agli stessi limiti che ha voluto tracciare, ovvero dall'interno di una struttura completa, tenta di asserire delle verità coerenti, mentre dice che non è possibile farlo. Ci sarebbe da guardare i dettagli (e io sono pigro), ma così a naso mi vien da dire che è la dimostrazione è contradditoria nel momento stesso in cui dimostra sé stessa essere vera.

Il punto chiave sta nel fatto che quando si costruisce un modello di pensiero completo questi deve descrivere la descrizione stessa e il nostro modello attuale, quando tenta di fare questo, va a rischio paradosso del mentitore, se dà una descrizione negativa di sé o indeterminazione del veritiero, se dà una descrizione positiva. Questo è quanto ho visto fino ad ora.

Un altro punto importante è capire cosa si intende per modello o struttura di pensiero. Facile se lo schematizziamo anche solo approssimativamente in tre livelli: (1) la realtà (condivisa) di cui noi facciamo esperienza da finestre (i sensi) e che strutturiamo con il (2) pensiero, dopodichè ce la comunichiamo con la (3) parola o altro mezzo comunicativo. Trascurando le differenze tra il punto 2 e 3, importanti, ma non credo interessanti in questa fase, il processo di interpretazione e schematizzazione della realtà in pensiero (struttura di pensiero) è esso stesso parte della realtà, per cui è un processo che se vuol essere completo, deve spiegare sé stesso ed ovviamente tale spiegazione deve essere sempre vera, quindi non contradditoria.

Secondo questo punto di vista, posso dividere le proposizioni (del linguaggio, così come quelle del pensiero) in tre tipi: (1) non affermano alcuno stato di verità di alcuno o lo fanno esclusivamente di altro, (2) negano di sé o di un gruppo generico che include sé, (3) affermano di sé o di un gruppo generico che include sé. Alle proposizioni di primo tipo (il sole è giallo, Pierino mangia la mela) fino ad ora è stato assegnato un valore di verità a seconda che quanto descrivano sul livello comunicativo 3 (ma va bene anche al 2, livello del pensiero) corrisponda al livello 1 della realtà (qualunque cosa essa sia). In pratica, una frase del tipo Pierino mangia la mela è sempre corretta e diventa vera se nella realtà Pierino mangia la mela e falsa in caso contrario. Così distinguiamo i due livelli di appropriatezza della frase: realtà (vera o falsa) e pensiero (corretta o scorretta), fino ad ora si è parlato dei due livelli linguistico e semantico (ciò che si dice e ciò che si intende), poco male.

Frasi del secondo tipo, come ad esempio Giorgio sta mentendo, sono corrette finché le pronunciano altri che Giorgio e sono o vere o false a seconda che Giorgio stia effettivamente mentendo; se la pronuncia Giorgio (parlando di sé) diventa paradossale o, in senso esteso, scorretta. In particolare, l'espressione questa frase è falsa è sempre e comunque scorretta indipendentemente dalla realtà e indipendentemente da chi la pronuncia, tant'è che è scorretta (logicamente) anche se la scrive semplicemente. La frase Giorgio sta dicendo la verità funziona uguale se pronunciata da altri che Giorgio, se la pronuncia Giorgio, viceversa è sempre corretta perché Giorgio la pronuncerebbe sia se stesse mentendo sia se stesse dicendo la verità.

Perché dico che la frase paradossale in senso esteso la si può dire scorretta? Si possono inventare in mille modi diversi altre frasi scorrette, ovvero che non rispettano le regole grammaticali o logiche o in generale che non possono essere interpretate come descrizione della realtà (ad esempio: io rosso stesso, oppure scrst sgsdgsd sd); ma mentre ho la sensazione che queste frasi scorrette posso metterle dentro la scatola con l'etichetta 'non interessanti', il paradosso del mentitore deve probabilmente essere utilizzato per trovare la soluzione, ma è solo una sensazione...

In pratica, ed in conclusione per ora, se immagino che il pensiero sia il pelo dell'acqua e la realtà il fondo sabbioso, con la struttura di pensiero di cui si dispone, non si riesce a scendere dritto per dritto senza sollevare la sabbia ed intorbidire l'acqua. Si riesce a definire un livello di correttezza della frase per come è costruita, indipendentemente dal confronto con la realtà, ma questo tipo di frasi (che parlano della veridicità di sé stesse o di un gruppo che include sé stesse) danno una descrizione logica della realtà che può essere o paradossale (scorretto) o indefinita (corretto sempre). Magari esiste un modo di combinarle tra loro per uscire da quest'empasse. Forse si possono definire degli operatori che ci permettono di trattare il paradosso e l'indefinizione. Vale la pena tentare perchè... oh, qui è in gioco la spiegazione del senso della vita!

Ti dirò di più: più penso al fatto che l'uomo abbia questo limite strutturale di pensiero e più lo percepisco come una sorta di scimmia evoluta che vaga a caso in una stanza piccola piccola dentro l'immensità della realtà. Mi sa che è un problemino che abbiamo sottovalutato fin troppo.

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la consequenzia mirabilis è una cagata pazzesca

saggio
27 articoli.

fiori mirabilisLeggo, a proposito di consequentia mirabilis, la considerazione di Gabriele Lolli (logico) su wikipedia: chi la ascolta non riesce a togliersi l'impressione di essere stato gabbato. L'intuizione è ottima, vediamo di dare noi il seguito che non è riuscito a dare lui. Riportiamo, sempre da wikipedia la definizione:

se una proposizione segue addirittura dalla sua negazione, allora è vera, per consistenza.

Per i post letti precedentemente in questa rubrica (il tutto a partire dal teorema daI Goedel, ovviamente), abbiamo capito che la nostra struttura di pensiero è incapace di asserire lo stato di verità di sé stessa, cadendo in paradosso se lo stato è falso, in  indeterminazione se lo stato è vero. Questo significa che (guarda la definizione sopra) una proposizione qualsiasi (quindi anche la sua negazione) non può affermare consistentemente di sé il proprio stato di verità, cioè non può implicare la verità né di sé, né della propria negazione: la consequenzia mirabilis è una cagata pazzesca.

Vediamo nello stesso esempio riportato in wikipedia, che è giustamente il più famoso:

Si voglia dimostrare che esistono verità di ragione.

Per assurdo, non esiste alcuna verità di ragione, ma questa affermazione implica che essa stessa sia una verità (A), dunque "esiste qualche verità" (quindi A è vera). O addirittura: "Nulla esiste" comporta che esista questa affermazione, per cui "qualcosa esiste"

Come vedi, il ma questa affermazione implica che essa stessa sia una verità è falso per quanto abbiamo detto, infatti la frase non esiste alcuna verità di ragione potrebbe indifferentemente sentenziare correttamente (a livello linguistico) una frase falsa (a livello semantico).

Ecco fatto. Ti sembrava che stavo ragionando su banalità, e invece hai visto che portano a conseguenze importanti. Ora... direi che abbiamo finito di... distruggere ciò che è sbagliato ed è ora che cominciamo a ricostruire il giusto. Oh, guarda che non ho la verità in tasca, ma qualche idea sì. E quella butto giù. Certo che se hai qualcosa in mente e vuoi darmi una mano...

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chi siamo, dove andiamo e perchè?

saggio
27 articoli.

dramma esistenziale del criceto di cattelan

Aspetto ancora un post prima di  affrontare la consequenzia mirabilis e le verità di pensiero, per trastullarmi un secondo con una riflessione sulla struttura della logica di cui disponiamo applicata alle grandi domande della filosofia: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e perché. Tenendo presente che abbiamo due modi per arrivare a capo di questa questione, entrambe fallimentari.

Il primo è quello esperienziale, ovvero un qualche esperimento o scoperta che rivela, ad esempio, chi è che ci ha creato (d'ora in avanti, per semplicità, dio). Questo 'qualunque cosa' che venisse a rivelarsi come creatore dell'universo, si trascinerebbe dietro intonso lo stesso identico quesito spostato un gradino più avanti: si va be', ma chi ha creato te? Ovvero la stessa struttura iterativa di definizione di stato di verità che è evidenziata nel teorema di Goedel.

Il secondo è quello di ragionamento, per capirsi. Ovvero riesco a dimostrare con un teorema o un ragionamento logico l'unica soluzione possibile al problema, ad esempio, di come siamo stati creati. Anche in questo caso, anzi a maggior ragione, valgono i limiti di cui sopra: qualunque verità scopriamo, questa non è capace di asserire il valore di verità di sé stessa.

In pratica, finché non ci dotiamo di un pensiero logico strutturato in maniera diversa, ovvero non soggetto alle limitazioni di Goedel, la filosofia può andarsene a casa. In realtà no, può rimanere seduta in panchina in attesa, perché ho la sensazione che, appena avremo questa nuova struttura di pensiero, quel problema sarà risolto in un soffio. (sperèm)

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le sciocchezze di cartesio

saggio
27 articoli.

E va beh! Qualcuno dice che la cosa dell'indeterminazione del veritiero non aggiunge nulla, è un risultato banale. Invece l'ho trovato subdolamente presente in un paio di affermazioni che fino ad ora sono sembrate universalmente vere e indistruttibili e invece... si dimostrano facilmente (ricordando cos'è l'indeterminazione del veritiero) essere false.

Cominciamo da qualcosa di innocuo: la famosa frase di René Descartes cogito ergo sum. Certo nessuno ha mai avuto la pretesa che sia una verità logica o matematica, deve essere stato solo un punto di partenza per il povero Cartesio che, volendo dubitare su tutto, si è rilassato un secondo affermando che se qualcuno sta dubitando, allora qualcuno c'è!

Sfortunatamente per lui, abbiamo già capito che questa cosa non è vera. Anzi è indeterminatamente vera. Detto per esteso (con l'indeterminazione del veritiero): la frase è vera sia che Cartesio esista (sia), sia che Cartesio non esista; l'identità della frase non asserisce assolutamente nulla sulla veridicità dell'esistenza (e quindi della capacità di cogitare) di Cartesio.

Lo spieghiamo meglio e ancora in altri due modi: uno giocoso/visuale e uno intuitivo.

Osservando l'immagine sopra, si noterà che, secondo l'identità cogito ergo sum, l'immagine che afferma di essere essa stessa Cartesio, per il motivo che cogita (lo afferma anche più volte di quanto non abbia fatto lo stesso filosofo). L'immagine è quindi indistinguibile dal vero Cartesio (vero?!?) secondo quanto affermato nella frase e sostenuto da entrambe. E' evidente (evidente?!?) che in un caso abbiamo il vero Cartesio che predica il vero e un falso Cartesio (l'immagine) che predica il falso, ma in entrambe i casi l'identità è rispettata. In questo senso potrei invitarti a creare artisticamente altri mille Cartesii: brani musicali, immagini, testi, qualunque cosa affermi di essere Cartesio per il fatto che pensa (ovvero comunica di pensare) di esserlo, secondo questa identità, allora è Cartesio.

Invece, cercando di vedere un po' più a fondo il dramma di Cartesio, potremmo immaginarlo dentro Matrix (sì sì, il film dei fratelli Wachowski) che cerca di capire solo ragionando, se lui è un uomo dentro la matrice, o un costrutto software che è convinto di essere un uomo. Credo che sia evidente per chiunque che né ragionando su sé stesso, né comunicando di sé stessi ad altri può sciogliere né a sé stessi, né ad altri questo dubbio. Entrambe, l'uomo e il software, affermerebbero le stesse cose nello stesso modo.

E così abbiamo rimandato a casa Cartesio e il suo cogito ergo sum (che pobabilmente ha fatto un gran successo di cassetta per altri motivi, altro che per il suo significato... eddai, ammettilo che è una frase che suona figo e che è bello pronunciarla alle feste!), e dato una prima collocazione all'indeterminazione del veritiero. La prossima sarà un po' più saliente, in attesa di presentare le basi di un sistema di ragionamento logico completo e consistente. Un pezzo alla volta le risolviamo tutte.

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tutte le generalizzazioni sono sbagliate

saggio
27 articoli.

Riprendiamo un attimo il concetto espresso nel precedente post inerente lo zero logico, estendendolo alle generalizzazioni. Capita spessissimo di imbattersi in certe generalizzazioni che, in casi specifici (quando predicano di sé stesse... uhm... guarda caso) si trovano ad essere contradditorie. Vogliamo elencare alcuni esempi?

1. il titolo di questo post

2. vietato vietare

3. l'anarchia è assenza di regole (che è una regola)

...

Questo fenomenino può essere letto come un estensione del concetto dello zero logico esteso ad una formula. Se una generalizzazione che stabilisce lo stato di falsità di un insieme di proposizioni, include sé stessa, finisce per diventare contradditoria, L'equivalente della forma 0/x ove x è la 'distanza' tra la generalizzazione e la proposizione stessa. Nel caso in cui la distanza è diversa da zero, il valore logico sarà correttamente zero, ovvero falsa, se la distanza è zero (ovvero la proposizione è la generalizzazione) ecco la forma indeterminata 0/0. In pratica, una generalizzazione che pretende di includersi nei suoi stessi casi, ha almeno un caso in cui è indeterminata.

E' una pia illusione cercare correzioni del tipo 'l'unica regola consentita è che non vi sono altre regole', perché questa forma include due regole, il fatto che ve ne sia una sola e il fatto che non ve ne sono altre. Forse con una forma generalizzata del tipo 'le uniche regole consentite sono quelle che sono metaderivabili dall'assenza di regole', ma mi sa che ragionandocisi un po', crolla anche questa.

Non che questa riflessione sia particolarmente illuminante (magari chiude un cerchio, o poco di più). La cosa che mi fa pensare è che il discorso non si applica solo per forme che asseriscono verità o falsità, ma anche nel caso in cui si asserisce qualcosa di (in un certo senso) negativo. La forma 'vietato vietare' non stabilisce qualcosa di vero o di falso, solo qualcosa che non si può fare. Ma non può essere parimenti usata in termini generici, poichè (è evidente la contraddizione?) se fosse vietato vietare, sarebbe anche vietato usare la formula 'vietato vietare', che è una formula di divieto.

Insomma, non solo l'operatore di negazione non è invariante nella nostra realtà (logica), ma questo vale per tutti quelle proprietà che in modo esteso hanno un carattere di negatività (vietato = NON consentito, assenza di regole = NON esistenza di regole, eccetera). Una volta in più: gli aspetti negativi e quelli positivi non sono interscambiabili (con l'operatore negazione) e non solo per ciò che riguarda l'affermazione dello stato di verità.

Ce n'è da pensarci su...

 

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dio logico

saggio
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tipo scale di escherContinuo il ragionamento sulle due forme 'strane': il paradosso del mentitore e l'indeterminazione del veritiero.

Abbiam detto e capito che tutto il casino viene fuori perché si confondono i due livelli semantico e linguistico e che ogni livello ha i suoi propri stati di verità e che dovrebbe essere vietato che una proposizione predichi del proprio stato di verità e così via. Non ultimo, il fatto che se un sistema vuol essere completo deve essere in grado di predicare del proprio stato di verità, altrimenti... che completo sei?!?

Vabbè: separiamo i due livelli. Facciamo finta che il livello linguistico è isomorfo alla realtà e quello semantico è il tentativo di descriverla. Cominciamo dal paradosso del mentitore e consideriamo i due casi: una persona assolutamente veritiera che pronuncia la frase 'io sto mentendo' e una persona assolutamente menzioniera che pronuncia la frase 'io sto mentendo'. In entrambe i casi succede che a livello linguistico la frase non descrive lo stato di verità della realtà e a livello semantico la frase non ha nessun senso (classico) logico. Ovvero, mentre nella realtà quella frase può essere pronunciata, quindi la frase è reale, a livello semantico quella frase non esiste logicamente, da cui il termine paradossale, che possiamo anche tenere, una volta che gli si dà il significato giusto. La si potrebbe anche definire scorretta, ovvero non corretta logicamente.

Viceversa, l'indeterminazione del veritiero può essere pronunciata sia dal mentitore assoluto che dal veritiero assoluto. Nel primo caso è falsa linguisticamente (il mentitore sta continuando a mentire), nel secondo è vera linguisticamente; a livello semantico è comunque corretta logicamente. Quando un predicato decide veritieramente di sé stesso, esso è corretto indipendentemente dal suo stato di verità. Oppure ogni predicato vero o falso può asserire correttamente di sé stesso lo stato di verità.

Facciamo un esempio riprendendo il noto paradosso del barbiere: il barbiere rade tutti e solo quelli che non si radono da soli. La conseguente il barbiere rade sé stesso è indecidibile o paradossale. Viceversa, l'indeterminazione del barbiere si costruisce così: il barbiere rade tutti e solo quelli che si radono da soli. Questa volta la conseguente il barbiere rade sé stesso è corretta sia che il barbiere sia rada, sia che non lo faccia. Infatti, se il barbiere si rade, si capisce al volo, ma se non lo fa, non contraddice comunque la proposizione di partenza. Diciamo quindi che la proposizione di partenza è corretta sia che il barbiere si rada, sia che non lo faccia.

Tutto questo per dire che... nella nostra struttura attuale di logica di ragionamento, c'è un angolino dove, indipendentemente dallo stato di verità della realtà, un costrutto è corretto (meglio che dire vero). Cioè corretto sempre al di là, al di sopra e al di fuori della nostra logica. E questo mi ispira una definizione un po' poetica di dio che potrei riprendere e sintetizzare così:

dio è tutto ciò che predica di sé stesso lo stato di verità

Per antitesi, il paradosso del mentitore potrebbe essere il diavolo...

ho vinto qualche cosa?

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lo zero logico della divisione

saggio
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buco nell'acqua di fianco ad un pescatore[Non mi piace. Né la definizione classica di ‘vero’ come ‘è vero ciò che è’ perché attesterebbe che l’io (nel senso del cogito cartesiano) non sono vero per altri oltre che per me, visto che nessuno, oltre me stesso, può attestare che io esisto oltre la mia materialità. Né la descrizione del modo naturale che abbiamo di sentenziare lo stato di verità descritta nel precedente post, perché in questo caso… neppure io sono vero, ancora perché nessuno oltre a me ha esperienza del mio io (lo stesso si applica anche per te, non ti illudere…) ]

Il buco grave della logica contemporanea è alla fine racchiuso tutto nel paradosso del mentitore e tutte le sue varie emanazioni e rivisitazioni che contengono il grosso limite del nostro modo di ragionare. In pratica, un sistema non può predicare il proprio stato di verità senza cascare in contraddizione.

E’ una sorta di zero logico della divisione. La divisione è definita dappertutto tranne che sullo zero. Dividere un numero qualsiasi diverso da zero per zero, dà infinito (che non è propriamente un numero, piuttosto un concetto) e dividere zero per zero dà una forma indefinita, ovvero qualsiasi numero (se si considera l’inverso della divisione, ogni numero moltiplicato per zero dà zero) e nessun numero, altrimenti tutti i numeri sarebbero uguali. La similitudine è più poetica che matematica. Ma quando una frase asserisce lo stato di falsità di sé stessa, si casca in una forma indefinita e quando se ne asserisce lo stato di verità, si casca in una forma di infinita verità.

Questa cuspidità del ragionamento finora è stata (giustamente) accantonata. Ovvero, ci teniamo, sia in matematica che nella vita reale, tutto il resto della logica che funziona bene e diciamo che lì, sulla cuspidità, non ci si bisogna avventurare. Keep out. Do not trespass. Come sullo zero per la divisione. A me invece vien da dire che, proprio dove sta il problema, bisogna guardare più a fondo.

Ragiono allora sulla frase che predica del suo proprio stato di verità: ‘io sto mentendo’. Questo è film già visto da millenni, il valore di verità di questa frase non può essere nè vero (se lo fosse, il contenuto semantico lo smentirebbe), né falso (per lo stesso motivo). Lo stato di verità è indefinito (0/0). E fino a qui…

Ma la frase ‘io sto dicendo la verità’ è corretta sia che chi la pronuncia sia sincero, sia che sia un mentitore. Ovvero, non mi consente di dare nessun tipo di indicazioni sullo stato di verità del livello semantico, sebbene a livello linguistico la frase è sempre e comunque vera. Tirando per le orecchie, infinitamente vera, vera sempre per tutti i numeri (in logica classica sono solo due, lo zero e l’uno). Come N/0. A cosa porta tutto questo? Non lo so, non lo so: ci sto ragionando...

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la realtà condivisa

saggio
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pinocchio in prigione con il grillo parlantePrimo passo per la stesura del pensiero perfetto è la definizione del concetto di verità. Senza grosse speculazioni metafisiche, già fatte tra l'altro nella storia in una direzione o nell'altra, mi interessa molto di più formalizzare il significato che istintivamente diamo alla verità, e da lì partire per fare successive considerazioni, eventualmente perfezionandolo o modificandolo globalmente.

Partiamo da un'ipotesi grossolana: io esisto (e quindi, presumo, anche tu!) e la realtà che esploriamo è unica, ovvero è la stessa per me e per te, anche se, alle volte, ne abbiamo percezione diversa e ne diamo descrizione diversa. Se questo modello fosse corretto, potremmo chiamare quell'unico oggetto di cui facciamo esperienza, Verità (V maiuscola!). In questo modo mettiamo a posto il fatto che ci piace spesso raccontare che la Verità è unica, assoluta, immutabile (come stato di verità logica) e facciamo contenti un sacco di filosofi, epistemologi e religiosi.

Dal di qua in avanti è tutto facile. Se chiamiamo Realtà la percezione che ognuno di noi ha della Verità, è esperienza condivisa che su taluni aspetti della Realtà tutti diamo lo stesso valore di verità logica (come ad esempio il fatto che ora stai leggendo questa frase) ed ad altri invece diamo valori di verità logica diversa (proprio ora è in corso lo spoglio delle regionali, devo dire altro?). Se per un attimo ci togliamo dai piedi i guastafeste, i disturbati mentali o fisici, possiamo definire Realtà Condivisa il sottoinsieme di tutti gli aspetti della Realtà al quale la maggior parte della gente (esclusi quindi i precedenti, umpf...) attribuisce lo stesso stato di verità logica.

Per quanto possa essere debole questa definizione, è in effetti, il modo in cui definiamo il concetto di verità (dimmi, se ho sbagliato qualcosa): oggettivo/soggettivo! Continuando con le definizioni, diciamo che se agiamo in maniera collaborativa (sì, sì, è squallido moralismo sociale), l'obiettivo culturale è quello di estendere la Realtà Condivisa fino a farla coincidere (asintoticamente, o un giorno ci arriveremo...) con la Verità. Chiamo allora verità il limite della Realtà Condivisa a tempo infinito, ovvero la Verità vista dagli occhi della collettività cooperante al limite dello sforzo evolutivo culturale.

Tre considerazioni: (1) la debolezza di questa teoria, (2) una considerazione che ne conferma la correttezza, (3) una considerazione che ne nega l'inesattezza.

1. dell'io, non del mio corpo, ne della mia fisiologia, ma dell'io cartesiano nessun altro fa esperienza, quindi io non faccio parte della Realtà Condivisa (non ti montare la testa, secondo questo ragionamento, neanche tu!). Non è straordinario che a definire cosa sia Reale sia l'intersezione di cose che non lo sono? Bada, non sto contestando la mia stessa descrizione, ma la debolezza dell'unico modo che abbiamo per esplorare la realtà alla ricerca della verità.

2. Quando Galileo disse che la Terra girava attorno al Sole, tutti lo avversarono, quindi la Realtà Condivisa era che fosse il Sole a girare attorno alla terra, ma non la verità che è il suo limite a tempo infinito! Ovvero, nessuna delle percezioni soggettive ha modificato la Verità, né la verità, ma la Realtà Condivisa di allora.

3. Quindi se tutti dicono che dio esiste, allora è vero che esiste? Si, è Realta Condivisa (d'ora in avanti RC), ma non è detto che sia verità, e neanche Verità. Ci sono cose di cui non possiamo fare esperienza e che quindi sono vere come lo è il loro contrario, per semplificarci la vita, potremmo dire che la RC è la più semplice di tutte le RC possibili. Spiego con un esempio: la proprietà riflessiva dell'universo è invariante per traslazione, ovvero non è detto che ogni cosa è uguale a sé stessa, potrebbe essere che ogni cosa è uguale a sé stessa dieci metri più a destra. Spostando tutto dieci metri più a destra, nessuno si accorgerebbe della differenza. Diciamo che tra le tutte relazioni possibili, prendiamo la più semplice per comodità, o per pigrizia o per quello che vuoi. Ma, per non fare torto ai religiosi, non diciamo che è obbligatorio; altrimenti si avrebbe che: un universo immanente non è modificato dall'esistenza del trascendente (altrimenti non sarebbe trascendente!), il che significa che l'esistenza di dio è equivalente alla sua non esistenza, ma la sua non esistenza è più... semplice e quindi sarebbe l'unica RC. Diciamo che tra le RC equivalenti, una sceglie quella che gli pare, a patto che poi non vada a rompere i coglioni agli altri con le guerre sante, conversioni, ottopermille e troiate varie, ok?

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