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golem23 novembre 1497 la febbre sta scendendo, ma non mi faccio illusioni: lo scorbuto con la febbre non ha mai risparmiato nessuno. Ma prima di morire devo lasciar memoria di uno, tra tutti i miei vaneggiamenti. Di certo è solo una folle fantasia del male che mi possiede. Ma se anche ci fosse una sola possibilità che invece fosse la voce di Dio che sta cercando di parlarci, questa possibilità non deve morire con me.

Ero solo a terra e di improvviso ai miei piedi sgorgó copiosa una vena d'oro; come una fontana, zampillava oro liquido che si solidificava precipitando sul terreno. Ne uscì tanto che non si sarebbe potuto portarlo via nemmeno svuotando tutta la stiva della São Gabriel. Poi fu la volta dei golem. Usciti anch'essi dalla terra, tre creature fatte di materiale inorganico eppure in grado di muoversi e di seguire una ragione. Il primo era Kumush fatto di roccia, protettore della terra e il secondo fatto completamente di metallo non avrebbe risparmiato nessuno sul quale fosse rimasto l’odore dell'oro: Brahma si faceva chiamare. Il terzo, il più mastodontico, alto fino al pennone, era fatto interamente di terra e vegetazione; il suo compito era quello di proteggere la natura e il suo nome era Globa.

Come erano comparsi dalla terra, così sparirono. Poi comparvero gli altri, gli uomini. Di tutte le nazioni: spagnoli, portoghesi, francesi, olandesi, belgi e inglesi. Come videro l'oro fecero festa e cominciarono ad accordarsi su come spartirselo, ma loro non sapevano dei golem, non sapevano che sarebbero tornati per punire chiunque avrebbe toccato quel tesoro. Tentai di avvisarli, ma non mi uscirono parole, solo suoni che poi padre João mi ha spiegato essere lingua inglese: dont tach zet gold, itis cursd. Zri monstrous golem aros wiz it en zei wil get bek to kil u oll if iu der ai uarn iu. Loro, tutti loro, mi guardarono e poi risero di me; io di tutta risposta pronunciai altri suoni: ai uil laf on iour corps, che significa (così dice João il pellegrino) rideró sui vostri cadaveri. Mentre la frase sopra pare che significhi non toccate quell'oro, è maledetto. Tre golem mostruosi sono sorti con esso e torneranno per uccidervi se osate, vi avviso.

Gli uomini erano molti, forti e ben armati, così quando Kumush tornó fu rapidamente sopraffatto e distrutto. Anche Brahma non lottó molto, all'inizio sembrava indistruttibile: nulla riusciva a scalfire la sua pelle metallica, ma era anche lento e così alla fine cedette. Poi fu il turno di Globa; quando tornó era grande il doppio di quand'era partito e continuava a crescere, qualunque cosa gli tirassero o con qualunque cosa lo colpissero, la assorbiva e cresceva, e così faceva con gli uomini: o li assorbiva a sé aumentando ancora la sua stazza o li stritolava con i suoi possenti arti.

L’Archbishop Richard Smith lo apostrofó hai giurato di uccidere tutti quelli che uccidono altri uomini, non è forse una contraddizione? Non fece in tempo a finire la frase, Globa afferró la sua testa fra le dita e fece schizzare il suo cervello ovunque.

Poi fu il mio turno, si avvicinó a me, io implorai. Lui tese la mano, mi toccó e io svanii in lui, così svanì la febbre, la nausea, la debolezza, la malattia. Non ero solo guarito, ero un uomo nuovo.

Alfonso De Santos

20120220 tre golem

 

locandina di un musicalOgni tanto navigo un po' alla ricerca di lavori simili al mio. Come ho trovato il precedente di di Henry Hey, ora mi sono imbattuto in questa brillante trasformazione di un'abbandono emotivo trasformato in un vero e proprio pezzo di operetta *diciamo* jazzato.

Ancora una volta a dimostrare che abbiamo già abbastanza musica intorno a noi, senza che strutture gettate dall'alto vogliano vendercela compattandoci in gruppi d'acquisto denominati fans.

Abbiamo già abbastanza potenziale musicale dentro di noi, senza che qualcuno venga a dirci che siamo stonati: è molto più musicale un presentatore qualsiasi (Billy O'Reilly, in questo caso) che si abbandona ad uno sfogo nervoso che le idiozie dei musical.

E soprattutto, la musica della voce è sempre a portata di... gola. Costa poco e serve a molto: imparare ad usare tutte le tonalità di cui disponiamo e diventare capaci di esprimere le nostre emozioni, scoprirai, sono due cose che vanno di pari passo. Anziché stare seduto in un teatro ad... ascoltare. Basta ascoltare! Aspetta ancora un minuto e trentaquattro, va là, e guarda il video che ti ho linkato qui sotto...

 

 

bambino che ascolta una cuffia gigantescaIeri sera parlavo con un collega netfuturista della possibilità di estendere il principio della musicoralità ad altre fonti quotidiane di pseudo.suoni o quasi.suoni. La sfiga di un movimento artistico anarchico è che, se anche sostanzialmente ci muoviamo con ideologia compatta e coerente, non è possibile (o è molto difficile!) conoscere tutta la produzione creativa di tutti i colleghi.

E infatti, questo prode compare, non solo mi annuncia che altri esperimenti sono stati fatti in questa direzione, ma che egli stesso ha pubblicato un intero album tutto dedicato a questa idea: educare l'orecchio ad ascoltare i rumori usando la sua affinità indotta per la musica.

Il fatto è che l'idolatria mercato indotta nei confronti della musica pop al fine di accentrare movimenti di soldi tutti attorno ad un unico controllabile punto, la star, ha diseducato l'orecchio della gente a sentire, ascoltare e trarre piacere dal rumore. Oggigiorno musica è sinonimo di esperienza acustica piacevole (è musica per le mie orecchie) e rumore è sinonimo di esperienza sgradevole. Solo che per avere la musica devi accedere ad una fonte (guarda un po'?) rigorosamente a pagamento, invece il rumore è dappertutto: stessa differenza che c'è tra l'acqua del rubinetto e l'acqua in bottiglia (la musica è rumore in bottiglia). Ma non voglio farne qui un fatto economico, quanto piuttosto un fatto... vitale! I rumori fanno parte della nostra vita, come il tramonto, come i fiori (forse un po' meno), come facebook, come... dire che il rumore è sgradevole a priori è sintomo di incapacità di ascolto; ci sono rumori sgradevoli e rumori soavi, la capacità espressiva dei rumori è matematicamente infinitamente più ampia di quella dei suoni, non avendo i vincoli del ritmo e dell'armonia.

Dal momento in cui ti hanno convinto che la musica è il bene e il rumore è il male, cominci a rifiutare l'ascolto dei rumori che naturalmente ti circondano, per cercare una fonte acustica artificiale con la quale sostituire la colonna sonora della tua vita. Non è questo che fanno i 'ggiovani che girano con le cuffiette sparate a palla? L'equivalente acustico di mettere uno schermo davanti agli occhi e girare per strada osservando una realtà virtuale; nota quanto siano riusciti in questo intento: comunicare attraverso realtà virtuali come la rete è, per l'opinione pubblica, un terreno pericolosissimamente minato, ascoltare musica è invece indice di sensibilità e raffinatezza.

Il netfuturismo è un movimento artistico di avanguardia di massa, nostro preciso compito (preciso compito dell'arte!) è quello di capire prima (cosa velocissima) e spiegare poi (cosa difficilizzima). Per questo il tentativo della musicoralità è quello di rendere evidente a tutti la musicalità del parlato e il tentativo dell'album sopra linkato è quello di rendere evidente la musicalità di rumori quotidiani partendo da quelli più quasi musicali e fondendoli con brani musicali ai quali la gente è già abituata: si tratta di cantare la colonna sonora della nostra giornata.

Il risultato di Stefano Balice merita di essere segnalato, perché può essere un altro veicolo per ritrovare il contatto con i rumori della quotidianità, per scoprire una volta in più che l'arte non è qualcosa che si va a cercare in un museo, in un teatro o in un concerto, ma è parte fondamentale della nostra esperienza quotidiana: arte è vita!

redenzione: non penso affatto che la musica sia... il male, credo solo sia una parte mooolto limitata dell'esperienza sonora che possiamo fare. Ciò che è sbagliato è il ruolo di principessa acustica che le è stato assegnato a discapito del rumore. Si tratta solo di ribilanciare un po'.

 

bacinella sotto un'opera d'arteRingrazio Antonio che mi ha segnalato questo articolo: il grande artista Martin Kippenberger lascia incustodito (non difficile: è deceduto nel '97) un suo grandissssimo pezzo d'arte e una donna delle pulizie di cui non ci è dato di conoscere il nome (è giusto che i grandi artisti restino anonimi: lo fanno per l'arte loro, non per la gloria) per cui d'ora in avanti la chiameremo Vera Artista, ha pensato bene di svuotare la bacinella antistante la torre di legno dipinto che costituisce il *ehm* pezzo d'arte contemporanea, compromettendone definitivamente (almeno così anticipano i periti) l'integrità.

D'altro canto, essento che l'autore deceduto è, non è che qualcun altro può ri.buttare del gesso nella bacinella: la natura dell'opera d'arte non riacquisterebbe conunque il suo enorme potenziale emotivo, culturale e comunicativo.

Qual'era questo potenziale, cosa ci voleva dire l'autore con una torre di legno dipinta alta due metri ai cui piedi giace una bacinella pieno di gesso titolata 'quando comincia a gocciolare il soffitto'? Non è chiaro: voleva rendere chiaro a tutti che le bacinelle con il gesso dentro, quando sono sotto torri di legno alte due metri, vanno adorate non svuotate!

Il messaggio è arrivato, purtroppo forte e chiaro a Vera che dovrà (forse) pagare una milionata di euro per un sacco di gesso che ne vale si e no 10. E anche questo è colpa tua perché quelle due volte che sei andato ad una mostra d'arte contemporanea per fare il gallo con una squinzia intellettuale che ti volevi fare, invece di chiedere indietro i soldi per il biglietto, hai fatto wow di fronte a tutte queste cose di cui non capivi il senso e l'utilità, non perché sei idiota, ma perché il senso non c'è.

Ora Vera pagherà la tua ignavia

Adesso però fai una roba fatta bene, dalle una mano: mandale i dieci euro del gesso per solidarietà. Se lo fa ogni idiota, altroché milione: se lo compra il museo di Dortmund e fa togliere bacinella, legnetti e tutto. In fondo l'arte contemporanea non è tutta qui? É solo questione di chi ha il portafoglio più grosso.

Voglio una Vera Artista Riccadonna delle pulizie in tutti i musei di arte contemporanea del mondo.

 
venere allo specchio di velasquez

Fatto salvo l'entertainment (non perché si salvi, ma perché non voglio parlarne qui...), nella storia dello spettacolo e in particolar modo dopo l'esplosione dei mezzi di comunicazione di massa monodirezionali nell'ultimo secolo, tutte le arti performative possono essere suddivise in due grandi categorie: performance egocentriche e performance narcisiste.

Riconoscere le une dalle altre è relativamente semplice e lo possiamo fare ponendoci una domanda: il performer vuole che lo ammiri per qualcosa che sa fare (narcisista) o lo ascolti per qualcosa che ti vuole dire (egocentrico)?

Nota che in entrambe i casi, la forma di spettacolo è giustificata dal pubblico. Una persona che ha assistito ad uno spettacolo narcisista è capacissimo di tornare a casa e riferire il tutto con frasi del tipo: dovevi vedere, erano così bravi! Socialmente risulta come un'esclamazione legittima, nessuno risponderà frasi del tipo che centra, anche il mio idraulico è bravissimo, ma io lo pago perché mi ripara i tubi non per starlo a guardare!

Ma, poiché la tipologia di offerta performativa in campo artistica è così limitata, il top dei top lo riscontri quando lo spettatore, tornato a casa dallo spettacolo egocentrico commenterà uno spettacolo veramente illuminante, aveva un sacco di cose da comunicare! Tutti plauderanno all'impegno culturale e nessuno chiederà e tu cosa hai risposto?

Il fatto che tu in questo momento, leggendo, stai pensando beh, allora: è normale che sia così dimostra quanto il panorama delle arti performative non offre nulla di meglio allo spettatore che soddisfare i bisogni di una categoria egocentrica.

Prima dell'invasione culturale dei mass media, in teatro bisognava stare attenti a non sbagliare, in caso di performance non *ehm* gradita, il pubblico interveniva eccome! Ora neanche quello. Il pubblico nello spettacolo non esiste: il teatro è come una televisione in cui non puoi cambiare canale.

Il fatto è che siamo circa al 15esimo anno dall'esplosione di internet, le nuove generazioni ci sono cresciute; le modalità comunicative sono cambiate. La gente si aspetta di dire la propria anche sul giornale... online! Ormai le arti performative... no, le arti in generale, sono l'ultima forma di comunicazione in cui si può solo ascoltare. Avanguardia di 'sto cazzo: oggigiorno l'arte è la disciplina più arretrata di tutte, persino il mio idraulico ha un sito internet dove puoi aggiungere le recensioni dei clienti.

 

Bregenz Plats del Wiener SymphonikerOgni anno, al festival di Bregenz, mastodontici palchi tecnologici ospitano performance a bordo lago lasciando miliardi di visitatori a bocca aperta. Forse, se vogliamo, pure troppo.

Rischia che la vera opera d'arte vaporizzata che si trova nella piazza antestante la Festspielhaus, passi completamente inosservata. Per fortuna Blade Painnet è stato lì!

A fine agosto, in barba alle vane speranze, in Austria, a circa 500 m s.l.m., è molto caldo, fastidiosamente caldo e gli austriaci non disdegnano di camminare scalzi, soprattutto nelle numerose fontane basse disseminate nelle varie strade e piazze. Nella Platz der Wiener Symphoniker si trova l'apoteosi del godimento austriaco: tutta la piazza è ricoperta da un sottile strato d'acqua e disseminato di sedie metalliche così che cittadini e visitatori possono posizionare una sedia in totale libertà e gustarsi la piacevole frescura ai piedi.

A sera, la gente ritorna a casa e la piazza ritorna al silenzio, mentre le sedie, ancora disposte come la gente ha voluto disporle (la foto sotto è al mattino, credo...), continuano a raccontare cosa è successo durante il giorno in quella piazza: una comitiva che si è fermata a parlare, un'altra a contemplare; chi ha voluto mettersi solitario tra gli alberi a guardare e non esser visto, una coppietta che si è fermata ad amoreggiare ed una famiglia con bambini un po' troppo vispi e schiamazzosi.

L'opera d'arte la fa la gente, l'artista ha solo dovuto urbanizzare gli strumenti e chi ha la sensibilità per fruirne, può accorgersi quanto una piazza sonnecchiosa ha da raccontare se le sedute non sono di pesantissimo marmo o peggio ancora, egoisticamente inchiodate al suolo a strillare io sono di tutti, ma non tua!

Infine, ciliegina sulla torta, per voler umilmente dimostrare quanto questa opera sia involontaria, qualcuno ha voluto incastrare centro piazza un monolito bigamba dorato, perfetto per far esclamare meravigliosa quest'arte contemporanea, ma io non la capisco e facile da riprodurre e riconoscere in foto, modellini e gadget.

Bregenz Plats del Wiener Symphoniker

 

 

una casa fatta d'alberiKuhill è andoriano da parte di madre e Drullo del tecnobosco da generazioni.

Non che abbia suscitato reazioni razziste. Il suo essere andoriano è evidente per la morbida coda decorativa, due occhi enormi da cerbiatto e arti lunghi e affusolati. Per il resto Kuhill può sembrare un falesino qualsiasi.

Nel fare il Drullo, no. Nel fare il Drullo è davvero speciale, e non perché sia andoriano. Kuhill veglia sul Tecnobosco venti ore al giorno e per tutta la settimana destra: non è mai stanco. Se è stanco, dorme sopra lo stesso vecchio Tipiglio in cui ha installato la Centrale Ricettiva.

Dormire nel Tecnobosco è relativamente facile e riposante: per questo bastano pochi minuti! In effetti 'Tecnobosco' è un termine forse eccessivo, perché l'assorbimento radiante di giorno avviene solo dalle 15:00 alle 17:00, fino alla prima interruzione pubblicitaria. L'energia elettromagnetica viene poi rilasciata lentamente durante tutta la notte, sottoforma di rumomusica rilassantissima che va da suoni che si scrivono come svisshhhh ad altri che si scrivono come frrrrrissshhhh.

Il vecchio Tipiglio è un albero secolare-semovente-ma-molto-lentamente da cui si può guardare tutto il Tecnobosco. Non va molto in là. Va anche detto che consuma pochissimo.

Una cosa la si può dire con assoluta certezza senza timore di smentita: se nel Tecnobosco succede qualcosa, Kuhill lo sa; se nel Tecnobosco succede qualcosa, Kuhill interviene e sistema. Bella forza, direte voi, altrimenti che Drullo sarebbe! Giusto.

Nonostante tutto, oggi (il giorno in cui vi racconto la storia) Kuhill è preso alla sprovvista da una notizia felicemente condotta alla Centrale Ricettiva sopra il vecchio Tipiglio da Iliviano il microcip. Più o meno tutti gli animali del Tecnobosco adorano il giovane Drullo e chi può lo aiuta nel tenere tutto pulito e ordinato. Iliviano è vecchio, ormai. I suoi figli sono già volospariti per altri nidi con le loro consorti microcip. La pensione garantita dal governo delle 21:30 è ottima, così Iliviano può dedicarsi ai suoi passatempi: leggere i videopoemi in tv e aiutare Kuhill a tenere il Tecnobosco in ordine.

- Kuhill, Kuhill, ti chiamo io mentre lo faccio.

- Hola, Ili', qual buon vento?

- Vento di risa: hai voglia della notizia del giorno che ti dico io se mi dici che ne hai voglia?

- Di quale giorno?

- Uno, dico io che l'ho detto. E l'ho sentito quando lo dicevo per cui ne sono sicuro. Ma che combinano i Mattazzi, i Mattazzi che combinano lo sai o te l'ho detto?

- Ho visto che sono scesi nella valle a due gruppi di tutti-diviso-due, faranno una partita a Crunch…

- Ma che dici mentre ti ascolto! Per fortuna che c'è la fortuna che te lo dico io che non sono un altro: fanno la guerra e si combattono in due schieramenti.

- La guerra? E che cosa sarebbe: un gioco nuovo?

- Magari! Lo sarebbe se lo fosse. Rischia invece che si fanno male se qualcuno non evita il rischio che se ne facciano. Che dici di dire, Kuhill, andiamo a vedere cosa c'é da vedere?

- Io vado e tu che fai?

Salto-volando aggrappati alle antenne più alte degli alberi maestri, Kuhill e Iliviano arrivano alla valle dei Mattazzi in men che non si dica, tipo due righe fa. Nascosti dietro un Frospuglio, aspettano un po' che arriviamo anche noi e poi cercano di capire cosa stanno combinando questa volta i Mattazzi, perché una giusta non ne avevano mai fatta, ma tanto meno la guerra…

La valle è come un enorme ciotola naturale, distesa d'erba da rùmino e bassi Frospugli, tutta circondata dal Tecnobosco e cicoria. Quando piove tantissimo, s'accolma d'acqua e i pesci ci vengono in vacanza, diversamente lavorano al lago Lagosto, nella parte nord-estiva del Tecnobosco. Forse una volta (tipo, tanto tempo fa) c'era un ghiacciaio che si era stufato evaporando, o un vulcano alla rovescia, che eruttava dal basso. Kuhill preferisce pensare che i giganti ci facevano le torte, ma è assurdo: ai giganti i dolci non piacciono.

Ecco allora che la valle dei Mattazzi, dove di solito vanno i bambini Mattazzi a rotolarsi per gioco dal basso verso l'alto (saranno bambini, ma sono anche Mattazzi!) o le Frigomucche a pascolare. Quel giorno (sempre lo stesso di questo racconto, quindi oggi per chi scrive, a destra di chi legge) i Mattazzi si sono schierati in due divisioni intere, cioè senza resto: al lato est, capitanati da Plic (un nome insolito per un Mattazzo, ma tutti i Mattazzi hanno nomi insoliti) che strilla ordini a destra e a sinistra, mentre i suoi compari corrono avanti e indietro, sopra e sotto, per fare tutto senza che serva a niente. Gli ordini sono sottotitolati per i non udenti con enormi bandiere sventolate al vento da diciotto Bandierini Mattazzi, chiaramente visibili alla pagina 777 del televideo.

Al lato ovest, Pac (vi ho già detto che i nomi dei Mattazzi sono insoliti?) sta davanti a tutti; guarda cosa fa Plic in lontananza e cerca di copiare. Male. Ma fare peggio è impossibile, perché tanto anche i Mattazzi che sono con lui, corrono e corrono senza arrivare da nessuna parte. Pac si serve del telefono senza fili per passare gli ordini. Ma già al terzo passaggio, destra è diventata sinistra e anche il governo delle 20:30, alle 21:14 è vittima del ribaltone. Addio pensione, pensò Iliviano.

Tutti vestono strano. E questo è normale per i Mattazzi. Tutti hanno in mano degli strani oggetti di gommaprene e pastamolla. E anche questo può essere normale per i Mattazzi. Tutti hanno in testa lo stesso strano cappello: quelli di Plic, i Plicchiani, lo portano con la visiera davanti; quelli di Pac, i Pacchiani, lo portano con la visiera di dietro. E questo era strano anche per i Mattazzi.

Proprio mentre cominciano a intonare canti denigratori e a mostrarsi reciprocamente i genitali, al Frospuglio dove Kuhill e Iliviano si sono nascosti, arrivano Ettah ed altri bimbi Mattazzi. Ettah è la più strana dei Mattazzi. Una bimba famosa in tutto il tecnobosco perché racconta delle storie inverosimili. Peggio che 'Alessia nel mese delle Parapiglie', perché a quella storia lì, ancora ancora ci si crede che possa avere un fondo di verità. Le storie di Ettah sono davvero impossibili! C'è quella dove uno faceva attraversare i pedoni sulle striscie, o quel paese dove tutti pagano le tasse. Ah, e poi c'è la storia del politiconesto e la scuola che ci impari qualcosa: ma insomma! Kuhill tante volte ha tentato di farle capire che se voleva che la gente ascoltasse le sue storie, un legame con la realtà lo doveva mantenere. Non glielo diceva con cattiveria, ma solo perché Ettah soffriva del fatto che gli altri del Tecnobosco (Biculli compresi, e loro, si sa, credono veramente a tutto!) non ascoltavano le sue storie per più di due respiri. Inventavano delle scuse assurde (meno delle storie di Ettah!) e poi scappavano. Ettah ci soffriva per questa cosa, piangeva di nascosto a volte, ma non riusciva a rinunciare a raccontare le sue storie assurde!

- Ettah, che succede tra i Mattazzi?

- Cia' Kuhill, Hola Ili'. La denominazione di questo evento è guerra, guerra è ciò in cui si stan prodigando!

- Che ti avevo detto io prima quando dicevo di avertelo detto?

- Ma cos'è questa g-u-e-r-r-a?

- Quanto è nel tuo campo visivo, niente di più, niente di meno. Alla mia stessa memoria sovviene dai meandri dei ricordi passati una novella antica di due popoli in divergenza di opinioni a tal grado da giungere inaspettatamente alla terminazione l'uno dell'altro…

- Ettah, non cominciare con le tue storie assurde!

- Se cominci a raccontare una storia che inizia con te che racconti la storia dall'inizio, io devo assolutamente avere il dovere di andarmene ad un appuntamento con uno che non esiste a cui non ho mai detto che proprio adesso che è ora dovevamo evitare di vederci!

- Tranquillo Ili', non è il momento delle favole di Ettah, ora: vero, Ettah?

- Umpf. ma quella antica novella aveva un fascino accattivante…

- Raccontami di questa, invece…

- Tutto ebbe inizio con l'approssimarsi dei Campielli al paese dei Mattazzi…

- A cosa ti riferisci quando parli dei tuoi riferimenti alla parola Campiello che hai appena pronunciato?

- Il _Campiello_ è una sorta di cappello, con la principale differenza che va in testa ed ha un numero di finalità molteplici, quantizzabili a quattro: primo, ripara dal sole; secondo, migliora l'estetica; terzo, identifica lo stato sociale; quarto, porta alla guerra.

- Ma com'è possibile arrivare alla guerra per un Campiello?

- Non per il Campiello in quanto esso stesso entità, piuttosto per la maniera in cui indosso lo si porta! I Plicchiani asseriscono veementi che la visiera del campiello deve a tutti i costi essere sfoggiata in posizione frontale. Di per contro, i Pacchiani insistono strenuamente che la visiera sia stata concepita per essere indossata da tergo. Lunghe riunioni ed incontri cittadini non hanno messo fine a tal diatriba. Sono seguite sapienti propagande e referendum: niente da fare! Metà Mattazzi si professano seguaci della teoria di Plic, La rimanente metà giurerebbe che Pac asserisce la sola verità. Ed ecco la guerra.

- ?

- ?

- Scusa, ma non c'è modo di evitare questa guerra?

- Ehi! Io mi dedico alla narrazione di storie inverosimili, non sei tu forse il Drullo del Tecnobosco? credo che faccia parte delle tue mansioni arrivare al bandolo di questa insolita matassa!

Ettah ha ragionissimo! Anche Ili' lo pensa, si può sentirlo fin da qua. Non c'é bisogno di dire altro: Kuhill gonfia il petto, si rizza in piedi e, agile come un andoriano, raggiunge con una corsa il centro della valle dei Mattazzi. Da qui estrae il suo elettrocorno, aggancia il cavo dell'alimentazione ad un onda elettromagnetica che passa di lì per caso ed emette un potentissimo rumosuono. Se dovessi scriverlo, scriverei qualcosa tipo chsrcccshhhzzxxkk e qualche altra cappa e zeta.

Tutta la valle piomba nel silenzio (tranne i Beccucci: quelli continuano il loro stridìo anche dopo che hanno smesso!) e Kuhill urla

- Plic e Pac qui da me, subito!

mormorìo mormorìo mormrìo mormro mrmr mrmr mrmr mrmr mrmr

poi Plic risponde

- Avimmo di fare la guerra, Kuhill. Se ne parliamo in successivamente?

E Pac dall'altra parte fa eco

- Come ha detto lui!

Fumìno di indignazione e strillo poderoso (più dell'elettrocorno)

- SUBITO!!!

A capo chino, si avvicinano i due capigruppo da est e da ovest verso il punto in cui Kuhill li stava aspettando.

- Cos'è quel pezzo di gommaprene e pastamolla che hai in mano, Plic?

- Questa? Questa qui? Un arma portentissima che facisse male assai agli altri e non a me. E questo saribbe un riparatore tipo di uno scudo, così che gli altri non fanno male a me.

- Ce li ho anch'io. Uguali. Però meglio.

- Ma sono di gommaprene e pastamolla: è impossibile farsi male con quelli!

- Ehi! Noi siamo Mattazzi, mica Idioscemi!

- Ehi! Noi siamo Mattazzi, mica Idioscemi!

- Cos'è questa storia della guerra?

- Sono loro che non volessero portarsi il Campiello alla diritta...

- È vero, siamo noi che non lo vogliamo!

- E non si può trovare una soluzione diversa dalla guerra?

- No, finché i Pacchiani si ostinerebbero portandosi la visiera rovescia!

Si sarebbe potuto andare avanti per ore, per fortuna Kuhill conosce bene il suo mestiere. Invoca la saggezza fotosensibile e la forza artificiale attraverso le formule che i Drulli del Tecnobosco si trasmettono da generazioni. Danza la introdanza camminovolando sui cotòfili ed infine, con uno sforzo di testa ed un lampo di genio, gli arriva l'illuminazione sostenibile.

- Plic, girati!

- Se si gira lui, mi giro anch'io…

- Uhm. Allora facciamo così: Plic fermo, Pac girati!

Obbediente all'autorità del Drullo, Pac fa quello che gli viene chiesto. Un gesto apparentemente banale, ma mai nulla di banale succedeva nel paese dei Mattazzi. Appena i Mattazzi vedono che le visiere di Plic e Pac sono allineate nella stessa direzione, cominciano a gridare al tradimento taluni, e alla vittoria gli altri. Qualcuno si dispera per la sconfitta, qualcun'altro torna a casa perché si era dimenticato di cambiare canale.

Insomma la faccenda si sgonfia in quattro e quattro otto e per gioco e divertimento i Mattazzi cominciano a portare il Campiello rotocamminando, così un passo hanno la visiera davanti e il passo dopo la visiera dietro. non è normale, dite voi? giusto, ma in fondo stiamo parlando dei mattazzi, o no?
 

ragazzo che fa il tema della maturitàNella mia carriera scolastica avrò fatto un miliardo di temi. Immagino sia un male comune: anche tu ne avrai fatti altrettanti.

Foglio protocollo diviso in due parti, almeno tre facciate scritte su non più di tre quarti di riga per lasciar spazio ai commenti del professore; titolo, introduzione, sviluppo, conclusione e sull'ultima pagina a destra lo spazio per il giudizio di un tale autorevole. Non si chiacchiera, non si copia (?!?), due ore (almeno) di concentrazione.

Poi uno mi fa: chissà perché fanno fare tutti questi temi, quando ti ricapita nella vita di dover fare un tema?

Ci penso su un attimo (in realtà diversi anni), ma non trovo risposta. Fuori dalla scuola, non solo non ho mai più fatto un tema, ma non ho mai più neanche visto un foglio protocollo. I fogli protocollo sono degli oggetti che sono fabbricati, distribuiti e venduti solo ed esclusivamente per fare i temi a scuola.

Poi c'è la questione dei libri. Durante l'infanzia e l'adolescenza mi è stata inculcata l'idea che leggere libri è sinonimo di grandi capacità intellettuali: chi legge è intelligente, chi non legge è una capra. La mia esperienza ai tempi era che faticavo a rimanere fisicamente fermo in una (o più) posizione a leggere un libro: smaniavo. Non riuscivo a stare fermo quel minimo di tempo necessario per leggere quella porzione di libro, il  minimo sindacale, che reiterata mi avrebbe condotto alla conclusione del libro. Incalzanti sensi del dovere e pressanti sensi di colpa mi hanno costretto a riuscirci quel tanto che basta per non sentirmi una capra, ma non abbastanza per sentirmi (come avrei voluto) un intellettuale; non avrei mai potuto mettermi a livello con chi divorava libri e questo mi faceva sentire... inadeguato, che è il più grosso risultato dell'istituzione scolastica di tutti i tempi: far sentire gli alunni inadeguati.

E infine la questione della scrittura dei libri. Immagino a tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di voler scrivere un libro. A me è capitato in continuazione: ho una bella storia, ho una bella idea, ottimo! Devo proprio scriverci un libro. Seeeee, non riesco a star fermo per leggerlo, come potrei riuscire a starci per scriverlo? In vent'anni avrò seminato casa di decine di prime dieci pagine di libri. Prima su quaderno, poi con la macchina da scrivere ed infine file su computer. È anche vero che con l'età mi sono calmato un po', ma non abbastanza per finire un libro.

Poi uno mi fa: hai notato che i libri hanno lunghezze standard? Non pensi che gli autori a volte si sbrodolino un po' pur di arrivare al numero minimo di pagine? No, non ci avevo mai pensato, ma spiegherebbe perché taluni libri sono noiosissimi e perché non capita mai (MAI!) che uno che c'ha una (UNA!) cosa da dire, non riesce a dirtela in un fascicoletto di poche pagine. Almeno non capita più dall'epoca dei manifesti, il controdolore, che è una bibbia, sta in sedici pagine!

Se fossi nato (e lo sono) e vissuto per tutta la vita in epoca pre web 2.0 la mia carriera intellettuale sarebbe finita così: formazione incompleta e senso di inadeguatezza.

Invece ho visto il fiorire dei blog, che ho letto, commentato e discusso. Poi ne ho aperto uno mio e infine ho aperto un sito. Ho odiato l'inutilità dei temi e la noiosità dei libri, ed ora scrivo centinaia di articoli all'anno e ne leggo molti di più. Non ero io ad essere inadeguato è la carta che era troppo lenta. O, per darmi un po' di arie, diciamo che avevo delle esigenze dieci anni avanti rispetto alla tecnologia.

Gli articoli in rete sono una nuova forma letteraria che solo vagamente ricorda il tema scolastico (anzi: chissà perché gli insegnanti invece che continuare a far fare i temi non chiedono agli studenti di tenere un blog sul quale scrivere post... a tema?), per il resto sono solo meglio. Niente tre facciate: più corto è, meglio è; niente stile letterario classico... sbizzarisciti; si può copiare *ehm* citare, non c'è nessuno che ti giudica autorevolmente e tutti che possono esprimere pareri attraverso i commenti e quindi possono far crescere il contenuto dell'articolo dinamicamente. Veloce e dinamico: cosa si può chiedere di più a... ad... ad una cosa qualsiasi?

Infine l'idea: non avevo la costanza per scrivere un libro in gioventù ora invece scrivo centinaia di post. Se avessi impiegato lo stesso tempo nello scrivere libri, ora ne avrei scritti almeno un paio. Visto che non ho un semplice blog che presenta una stringa di contenuti  in ordine cronologico descrescente, ma un sito al'interno del quale posso ordinare i contenuti dinamicamente e in maniera incrociata in sezioni, categorie, parole chiave, autori, eccetera, perché non creo un libro dinamicamente, ovvero semplicemente filtrando in una nuova pagina (il libro, appunto!) articoli con una stessa parola chiave (il titolo!) e presentandoli in ordine cronologico crescente (il più vecchio per primo)?

In questo modo, mentre io continuo a scrivere i miei articoli, il libro si compone "da solo". Rimane disponibile, commentabile nelle varie sottosezioni (articolo per articolo) e così via. Mi mancava un pezzo al csm con cui ho fatto il sito (joomla) per ottenere questo risultato. Tempo mezzora per trovarlo (ho scelto fj related), scaricarlo e installarlo e ora lo posso fare: la tecnologia open source è un futuro bellissimo. Il copyright è lento come la carta. Così invento una nuova forma letteraria, non tanto nuova nella struttura (anche se un pochino...) quanto nel metodo di creazione che consente agli affetti dal ballo-di-san-vito come me di organizzare idee in una sorta di libro blog, o per l'appunto un librog.

 

protesta cogito ergo protestoDa un paio d'anni a questa parte, chi ha avuto occasione di vedersi in tranquillità una performance dei Clerici Vagantes™ si è sicuramente accorto di diverse profonde novità. In particolare una ci ha colpito e vorremmo discuterla qui: già dalle prime battute e poi per tutto lo show, anziché invitare il pubblico ai consueti consensi attraverso clamori, risate ed applausi, i clerici richiedono disapprovazione, anzi di più: disprezzo!

Ci siam chiesti se sia una sorta di marchio di fabbrica, un famolo strano per distinguersi dai tanti colleghi e concorrenti (ma perché proprio questo?). Conoscendoli, una risposta del genere non ci convincerebbe e, visto che abbiamo qui il Saggio da Forlì™, un Clericus Vagans™ storico, ne approfittiamo al volo e lo chiediamo direttamente a lui:

I - Signor da Forlì, o Saggio se posso... come devo chiamarla?

SdF - Prova con patacca e vediamo se rispondo io o tua sorella. Saggio™ va bene, mi chiamo così!

I - In diversi vostri spettacoli di questo 2011 vi ho sentito più volte incitare il pubblico a manifestarvi disprezzo già dall'apertura (e anche con discreti risultati, mi è parso di vedere): da dove viene questa trovata, è il solito famolo strano?

SdF - Macchè famolo strano!?! Il punto è che noi siam abituati allo spettacolo con calore umano e interattivo, che la gente c'è, è presente, non è che sta li e basta. Ai nostri tempi, nel 1214, bastava veramente poco per raccogliere una gragnuola di verdura che se stavi in quelle città che si sapevan tirchie conveniva più lo spettacolo disgustoso per raccoglier frutta che quello virtuoso per non raccogliere denari. Ed è stato così fino alla seconda guerra mondiale...

I - Poi cos'è successo?

SdF - È prepotentemente entrato nei neuroni della gente il rapporto divo-fan. Il massmedismo ha convinto le masse che sono... masse! Che c'è uno [bravo] che parla e tanti [idioti] che ascoltano senza aver altra voce in capitolo che assentire. Ora noi siamo ogettivamente bravi, per carità, ma che ci abbiam nostalgia dei nostri tempi e vorremmo che la gente recuperazze il vocabolario del buuu e allora gli riinsegnamo a parlare.

I - ma come, scusa, a monosillabi?

SdF - Eh beh, sì, un passo alla volta. La cosa più bella è la partecipazione attiva, quando un patacca vien su che vuol dire la sua, sapendo che magari, se ne dice troppe è poi lui che frustra gli altri (come fanno i bambini che non lo sanno e gli idioti quelli veri!), ma se ne dice il giusto, è meraviglioso! Poi siamo noi in difficoltà che dobbiamo stare al passo, ma è la parte più bella del gioco; stimolante, che richiede concentrazione, ma interessante anche per noi che vediam sempre lo stesso spettacolo da 797 anni!

I - quindi il vostro obiettivo sarebbe quello di avere spettacoli dove la gente si sente libera di intervenire?

SdF - Ma che è una pubblicità questa? Non è quello che ho appena detto?

I - Non capisco cosa centri con i buuu tutto questo?

SdF - Nella comunicazione, (quasi)chiunque è capace di manifestare approvazione. Se hai una ragazza figa davanti e non sei malato-timido non avrai difficoltà a dirle che è una gran bella passerona; se invece c'hai un ragano che non s'assomiglia a nulla a portata di messa a fuoco, si vede mai qualcuno che le dice minchia assomigli al fratello brutto di Vespa™?

I - Beh, forse qualche cafone?

SdF- Eh! Non hai colto la metafora. Il problema non è quel raganaccio di cui sopra che con un sacchetto in testa si scopa comunque, il problema sono i soprusi sociali, il rapporto con la presunta autorità, con l'ingiustizia e così via. La televisione, che va guardata comodamente in silenzio dalla poltrona, ti ha insegnato che anche se non ho nessuna autorità per dirti quello che ti sto dicendo (pensa alle lezioni di scienze di Giacobbo, o ai pareri politici di Totti) visto che te lo dico io, allora ho ragione perché io sono io e tu non vali un cazzo.

I - Quindi voi vorreste creare una nuova... razza di pubblico capace di manifestare dissenso?

SdF - Non solo: una nuova razza di *persone* capace di manifestare dissenso! Dire ad uno spettacolo stupido (perché il problema non è una clavetta che cade o un attore che recita come un cane, ma che uno spettacolo sia inutilmente stupido cioé che non c'abbia niente da dire!), dire ad uno spettacolo stupido che è stupido è veramente poco. Al più ti alzi e te ne vai, o dormi o aspetti e poi dimentichi, insomma... è veramente poco. Il fatto è cogliere l'occasione di palestra per imparare a dire di no nella propria vita e nella partecipazione alla vita sociale. Mi raccomando però, come ho detto prima: non NO a priori, è solo che SI è facile da dire, ma il NO ve lo siete dimenticati.

I - Tutto molto più chiaro ora. Ti ringrazio per le esaurienti spiegazioni, mi viene solo un po' difficile da accettare la storia della ragazza meno gradevole esteticamente...

SdF- Vabè, vabè, te lo spiego la prossima volta, intanto mettiti avanti e vai di sopra, che il sacchetto è sul comodino di fianco al letto.

 

fegatoSi cominciano a vedere cuori ovunque. Come se il punto cardine dell'amore fosse il sentimento! Ma per quanti millenni dovremo ancora andare avanti a dire che è bello amarsi, volersi bene, essere amici, leali, onesti, sinceri e poi, nei fatti, non farlo?

Ragionaci con me: se fai un'indagine statistica chiedendo a... tutti se è giusto volersi bene, per me avrai un buon 85% di SI (indagine puramente indicativa non a fini statistici), eppure all'atto pratico, un buon 85% di quell'85% appena ti giri, ti si incula.

Questo perché? Perché ci è stato detto fin da piccoli che l'amore è una questione di cuore, di sentimento. È falso. L'amore è una questione di fegato, di coraggio! Facile volersi bene quando va tutto bene, ma nelle difficoltà sopravvive l'amore di chi ha coraggio e determinazione. Le cose cominceranno a cambiare in meglio quando, nel periodo di Svalentino, anziché vedere vetrine piene di cuoricini®, vedremo vetrine piene di fegatini! Quando la gente comincerà a cercarsi partner non perché hanno cuore, ma perché hanno fegato.

E vedrai che quei partner lì, non accetteranno di festeggiare Svalentino il 14 febbraio, ma saranno loro a chiederti di collegarti a www.svalentinatore.it e di calcolare la VOSTRA data per la festa dello Svalentinato. E allora cosa aspetti? Svalentinatevi anche voi

Svalentinatore: per chi ha il fegato di amare.

 
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