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Venerdì 17 febbraio 2012 Rocco sguardo-da-triglia Papaleo canta Stormy Weather, il nulla in mezzo al nulla. Si prodiga in un semplice ma efficace solo con la melodica e poi (secondo 5:45) lancia la prima stoccata: non so suonare, ma basta seguire alcune semplici regolette e chiunque può farlo. Infatti gira per la sala e fa improvvisare a gente del pubblico. Svela l'inganno, ma non il suo: quello della musica! Ma quali divi, quali personaggi eccezionali, basta conoscere ed applicare alcune semplici regolette e chiunque può spostarsi dal ruolo passivo di adoratore in platea a quello attivo di divo sul palco. Ovvero, in poche ma efficaci parole, branco di scimmie idiote: state adorando il nulla! Ma Rocco non si ferma qui, prima di arrivare ai fuochi di artificio. Al secondo 7:47 lo dichiara esplicitamente: tutti dovremmo suonare uno strumento. È una cosa facile, alla portata di chiunque, non ci eleva ad esseri speciali, anzi... tutti dovremmo avere anche quella dimensione. Sì perché quelle due o tre dimensioni in cui ci relega la società iperspecialista non sono sufficienti per descrivere un uomo, non un uomo nuovo almeno. Tutti siamo artisti (nella vecchia concezione del termine) in potenza e quindi è dovere e piacere di tutti esserlo anche nei fatti. Estendo io la dichiarazione di Rocco: suonate, dipingete, cantate, ballate, lasciate scatenare la vostra fantasia sui prati sconfinati della creatività. Quando ritornerà sarà infinitamente più forte e produttiva. Ma al secondo 8:45 manda tutti a casa. La frase esatta è tuttavia il suono che preferisco è la risata di mio figlio. Appare come una smielata sentenza retorica fatta per strappare applausi attraverso i canali emotivi dei legami familiari. Forse... ma con tutti questi preamboli è chiaro dove vuole arrivare: sì, va bene la musica, van bene i musicisti e i cantanti e gli strumenti. Sbattetevi quanto volete, fate gare, fate galà festival e share. Per quanto possiate agitarvi, mai riuscirete a darmi un esperienza sonora che è emotivamente neppure confrontabile con la risata di mio figlio. Un bambino, che fa la cosa che gli viene più naturale quando è felice. Senza aver studiato, calcolato, programmato, senza mettersi in competizione con nessuno produce il suono che, secondo Rocco Papaleo, ma io sono infinitamente d'accordo, ha il contenuto emotivo più alto di tutti. In altre parole musicanti e suonaroli, strillatori e cantantucoli di sanremo: andate a casa!
Vi siete inventati un mondo del lavoro fatto di sacrifici, fatto di incertezze, rinunce, adesso addirittura... abbandoni? Parlate del desiderio di lavorare vicino a casa, vicino alla propria famiglia, come se fosse una debolezza. Poi però chi li accudisce i genitori anziani o, viceversa, chi bada i figli quando devi andare ada abitare lontano dai genitori? Riesco ad immaginare come questa frase che ha fatto il giro d'Italia in 24 ore sia stata probabilmente estrapolata da un discorso ben più ampio; immagino che si sia semplicemente riferita al fatto che se sacrifici debbono essere fatti, che questi sacrifici si facciano. Ok, but... Colgo l'occasione per combattere con tutta la forza mediatica che questo sito mi consente, l'immagine del lavoro che vorreste propinarci: il lavoro NON É un sacrificio necessario alla sopravvivenza. Il lavoro è quella piacevolissima attività che ci permette di realizzarci socialmente come individui e di lasciare immortale al futuro una parte di noi, sia essa un bene o un servizio. Il vostro dovere è quello di garantirci questo. Vi pago, vi paghiamo per questo. Per rendermi, per renderci persone felici. Ora... se lei mi vuol dire che in queste condizioni non ci riesce, che c'è bisogno di anni prima di recuperare gli sperperi del re trombone, che questa economia di mmerda alla quale, nonostante tutto, avete accondisceso, non riesce più a garantire completamente la nostra felicità, se è questo che sta cercando di dirci... le parole non sono bamboccioni, mammoni, pigroni, ma sono scusate, sono mortificata di non poter fare meglio, ma se avrete la sufficiente pazienza, vedrete nel tempo ci riusciremo. Di fronte ad una frase del genere, sono sicuro che il popolo italiano allargherà ancora un po' le natiche; d'altro canto ha taciuto di fronte alle estrosità del precedente imperatore senza vergogna (qualcuno lo ha anche sostenuto), per cui ha ancora quei sensi di colpa necessari al giusto spirito masochistico di sopportare un governo di (forse abili) contabili, ma incapaci nel gestire la comunicazione.
Sono entrambi tentativi nobili se non portati all'estremizzazione come sta succedendo in questi anni. Sai che è stabilito per legge che ogni prodotto deve essere venduto con le indicazioni d'uso nella tua lingua? Bene per un cellulare o al più un televisore, ma quando leggi sulla bustina di noccioline tostate 'aprire e consumare', non cominci a sentirti preso per il culo? Bene che il Comune sia responsabile se tiene male strade e alberi causando incidenti, ma se inciampi da un marciapiede e caschi non è colpa di nessun altro oltre che tua: devi stare più attento! Le signore procedure a prova di idiota e le signore indicazioni di sicurezza in stile gommoso dimenticano che alla fine sono persone a doverle mettere in atto e che la nostra soglia di attenzione non è costante, ma è più o meno alta a seconda della pericolosità percepita. Un distratto, ad esempio, sarà sempre un po' meno attento di quello richiesto e un prudente sempre un po' di più: non bisogna rendere le cose più sicure (oltre un certo limite, si intende), ma il distratto meno... distratto! E' vero che molte cose sono state saggiamente messe in sicurezza e che altre devono essere ancora migliorate, ma vorrei che cominciassi a pensare che non solo c'è un limite oltre il quale non spingersi, ma che è opportuno lasciare all'interno dei P.A.U. (Percorsi Aziendali Ultrasicuri) delle piccole trappole che ti spruzzano inchiostro o rilasciano piccole scossette di basso amperaggio, così... solo per mantenerti viva l'attenzione. Ricordo il detto fai un computer a prova di idiota e solo un idiota lo userà, mi sono convinto che intendesse dire che se una persona normale usa quotidianamente un computer a prova di idiota, con il tempo, idiota ci diventa. Sai come mi è venuto in mente tutto questo? Pensavo che fosse una malattia tutta occidentale, un modo per mantenere viva l'economia in un'epoca in cui, non avendo più bisogno di nulla, ci costringiamo a comprare certificatori, qualificatori e così via... un modo per creare lavoro dal nulla. Invece ho scoperto che è una malattia tutta italiana. Vedi la foto? Quello è il centro di un parco giochi per bimbi a Bregenz, Austria. Al centro non ci sono gommosoni, al centro ci sono rocce e i bambini giocano ad arrampicarvisi.
Ti dico io come stanno le cose: in 30mq puoi dormire, mangiare, cagare lavarti e guardare la televisione. Questo sì. Ma non so chi possa chiamare vita questa! Ora fuori dal cabinotto questo dovrebbe esserci scritto 'dormire, mangiare, cagare, lavarsi e guardare la tv in meno di 30 mq è possibile'. Sì, è possibile e ikea ti insegna come si fa, ma non ti insegna che è una cosa stupida, non è vivere! Soprattutto in un epoca storica in cui si riscopre l'uomo a mille dimensioni, dove si abbandonano le specializzazioni, dopo aver constatato che un uomo iperspecializzato non è un uomo, ma un frustrato; una persona deve avere lo spazio per curare i propri mille interessi, chiunque dovrebbe lottare per questa necessità sociale e non fare di vizio virtù, con la storia che gli èdili sono speculatori per cui dobbiamo adattarci a vivere in uno scatolone a cinque mila euro al metro quadro! Le loro case per la Barbie stanno rimanendo invendute da tre anni, lasciamoli fallire; costringerci a vivere al limite dello spazio vitale, per noi non sarebbe solo un fallimento, ma una morte cerebrale.
Visto che potreste sostenere nella stessa frase entrambe queste posizioni contrastanti con successo di fronte alla stessa audience (retorica da consenso facile, diciamo...), direi che è arrivato il momento di fare una scelta: quale, secondo te, è la posizione corretta: il lavoro come senso di vita o il lavoro come portatore sano di stipendio? Ti dico come la vedo io: sono entrambe stupidate gravi! Mentre da un lato può essere stimabile una iperattività quotidiana, se contrapposta all'inedia, ad una vita non vissuta, non è possibile immaginare che questa attività intensa sia, per così dire, monodirezionale, ovvero tutta puntata sul lavoro. Siamo naturalmente individui multidirezionali, costituiti da una incredibile varietà di aspetti; trascurarne alcuni a favore di altri non farà altro che trasformarci in mostri ultraspecializzati, stracompetitivi sul mercato per come è concepito in questa epoca storica, ma inutili dal punto di vista umano. Mi piacerebbe poter riassumere (ma a solo scopo suggest.esemplificativo) gli aspetti dell'essere umano in cinque categorie:
Se uno dedica cinque ore al giorno ad ognuna di queste tipologie di attività è stimabile; dedicare tutto il tempo ad una sola di esse è idiota: abbiamo fatto una rivoluzione industriale per metterci in grado di non fare una cosa così stupida, eppure... Non fa di te una persona completa, ma un'automa specializzato in nulla. Tutto questo per avvisarti che la prossima volta che siamo a cena insieme e ti sento dire io lavoro 20 ore al giorno, non stupirti se ti rispondo e bravo coglione!
Da un po' di tempo mi sto accorgendo che mi capita sempre più spesso di cominciare lo studio di nuove materie prima di aver concluso le precedenti. Cominciare nuovi mastodontici progetti, lasciando a metà i precedenti. Nonostante ogni anno con i migliori propositi decida di cosa occuparmi e cosa rimandare, comincio ogni singola giornata dedicando il tempo libero alla cosa che mi interessa di più in quel momento, trascurando ovviamente le altre. Passa una settimana, un mese, un'anno e degli argomenti lasciati in secondo piano neanche mi ricordo più. Ecco la soluzione. Neanche particolarmente difficile: uso questo stesso sito! Nel giro di poche settimane di routine non estiva (ad attività completamente a regime) ho verificato nella settimana quante ore libere ho; non entro nei dettagli numerici, perché ognuno avrà i propri; il discorso funziona sia che il numero finale sia quattro, sia che sia trenta. Poi ho fatto un elenco di tutte le cose che vorrei studiare (in realtà mi sono fermato a ventitrè). Le ho divise in gruppi a seconda della tipologia: attività fisica, attività creativa, studi scientifici e studi umanistici, perché vorrei portare avanti contemporaneamente almeno una attività per ognuna di queste tipologie. Quindi alla fine mi sono trovato con quattro liste dalle quali ho scelto la prima attività per ogni lista: danza/pilates per l'attività fisica, creazioni netfuturiste per la seconda tipologia, teoria dei giochi come studio scientifico e linguistica sotto studi umanistici. Ho deciso sia quante ore dedicare ad ogni 'materia' che quali, suddividendo nella settimane le materia in maniera uniforme. Alla fine mi sono trovato in mano un fogliettino (un piano di studio) che mi ricordava tantissimo l'orario di scuola dove (1) le materie le ho scelte io in base alle mie necessità personali e gusto, (2) le ore le ho decise io sia il numero che la collocazione. Ancora una volta mi son trovato a pensare: fintanto che ero a scuola non sopportavo l'impostazione/imposizione, ora che lo faccio spontaneamente, tendo a riprodurre lo schema, che mi è sembrato efficace, con gioia e grandi aspettative? Strano... ma non troppo. Il materiale da studiare da dove lo prendi? Eh, se stai leggendo questo articolo in internet, non dovresti neanche porla questa domanda, ma grazie perché mi dà l'occasione per evidenziare anche il punto numero (3) decido io anche il programma! A distanza di qualche settimana posso anche confermare che funziona: ho trasformato il mio tempo disordinatamente e infruttuosamente libero in una sorta di auto.scuola, anzi visto che preferisco parlare di descolarizzazione, di non.scuola. Se ti piace il modello e lo vuoi riprodurre, ti lascio alcuni consigli: le ore non troppe non poche e modifica l'orario mano a mano che ti accorgi che non ci riesci o che puoi fare di più. Sii gentile con te quando decidi le cose a tavolino e rigido quando le applichi: se vedi che puoi fare di più imponitelo, se vedi che non ce la fai, datti una pacca sulla spalla e rilassati. Se ti sembra una metodologia troppo asfissiante, non usarla. Io credo che sia colpa del fatto che sono stato tirato su con questo sistema il motivo per cui non riesco ad organizzarmi in maniera più (per così dire) caotica. Invidio chi riesce ad ottenere risultati senza il bisogno della simulazione di tutte queste sovrastrutture; ma per chi, come me, non riesce, possono essere un ottimo scamotaggio e anche un insegnamento: chi ha bisogno della scuola quando possiamo farcela da soli?
È l'attitudine dell'uomo a vivere a pieno, integrato nella natura secondo le leggi della fisica. Taaac! Definizione secca: vado a spiegarmi. Dentro il termine ecologia oggigiorno c'è finito di tutto, al punto che la percezione esterna di ciò che dovrebbe essere una componente essenziale della quotidianità di ciascuno di noi, si è completamente alterata! Oggigiorno l'ecologia è new age, è legarsi ad un albero per impedire che sia abbattuto, è vegetarianesimo, è animalismo, è niente acqua frizzante, è finocchismo, è un insieme di precetti bacchettoni che se li segui ti perdi il bello della vita e un sacco di altre stronzate... cioè, non stronzate, ma cose che non c'entrano nulla. Ecologia è una forma mentale, un modo di guardare e vedere le cose, istintivo nell'uomo (un'attitudine) che ti porta a considerare ogni azione e situazione della vita nella sua interezza, valutandone gli aspetti secondo gli usi della natura e le leggi della fisica. Quando si dice che la percentuale di raccolta differenziata è passata dal 30% al 50%, ecologia significa sentire che la percentuale che manca alla chiusura del ciclo naturale dell'uomo è passata dal -70% al -50%. Nessun ciclo naturale non si chiude! È una legge naturale. O matematica: se un sistema che deve durare indefinitamente, alla fine di un ciclo, ha uno scarto diverso da zero, è chiaro che è portato ad avere, in tempi abbastanza grandi, uno scarto infinito. Ciò non significa non gioire di quella notizia, solo che ti rimane quel fastidino. Quella bestia dentro, la stessa che spinge l'uomo all'evoluzione: la curiosità e la pulsione a migliorarsi sempre. In natura (a tutti i livelli, dalle particelle alle stelle, è una tendenza universale!) esiste un principio di massimo risultato con la minima energia. Un principio fisico. Applicarlo nella vita è ecologia. Non dobbiamo sacrificare nulla del gusto di vivere con gioia, ma neanche dobbiamo sprecare nulla. Usare tutto, sprecare nulla. Capire se mi sto comportando ecologicamente è una forma di intelligenza: è la capacità di vedere e capire il tutto. Un'inconsapevole mangia il gelato e getta l'incarto; un ecologista si chiede che fine fa l'incarto. Vivere ecologicamente significa sapere da dove arriva l'acqua nel rubinetto, dove va, di che cosa è fatto l'incarto del gelato, se serve, se poteva servire di meno e che fine fa quando lo gettiamo. Ecologia è la comprensione del tutto.
Incredibile, ma sì, la pubblicità faceva questo: scopriva quali sono le cose che non ti piacciono e poi ti proponeva delle soluzioni. Non importa che non funzionassero o che fossero assurde. Loro facevano così. Quando poi si sono accorti che tutto sommato male male non stiamo, hanno cominciato ad inventarsi loro le cose che non ti piacciono. Il fatto è che se te lo dico io, un manipolo di psicologi, qualche video in rete è un sussurro, se lo strilla una campagna pubblicitaria diventa vero. Non tanto se ci ragioni, ma più sotto di così: se sei grasso, sei una persona socialmente riprovevole, quindi ti devi curare! È una cosa talmente riprovevole essere grassi che non se ne può neppure parlare: durante una serata conviviale puoi dire ad un fumatore che il fumo gli farà venire un tumore (è per il suo bene!), ma non puoi dire ad un grasso che il cibo gli farà venire un'infarto: è crudele! La pubblicità ha stabilito che (1) essere grassi è disgustoso, (2) loro hanno il modo per risolvere il tuo problema. Tutto questo perché più o meno è vero e perché la gente non ragiona oltre la pubblicità. Ti dico io come stanno le cose, senza menzogne del tipo grasso è bello e altre menate del genere.
Trascuriamo qui i problemi di salute, attraverso il nostro corpo comunichiamo di noi; se fossimo in un periodo storico o in una regione geografica in recessione, l'essere sovrappeso direbbe di noi che siamo facoltosi e/o in salute e quindi sarebbe un segnale estetico socialmente positivo. In un'epoca di abbondanza come quella in cui viviamo, essere grassi significa essere pigri, o lussuriosi o privi di forza di volontà. Insomma, l'inadeguatezza fisica è indizio di un rimbalzo caratteriale. Siamo tutti d'accordo, credo? Ecco perché il grasso ci dà questa sensazione di inestestismo. Ma... è sempre così? Ci sono anche persone che sono costituzionalmente grasse, o semplicemente sovrappeso. Qualunque cosa mangiano rimangono fuori dai canoni estetici moderni, quelli che, per intenderci, hanno come iperbole l'anoressia. Per 'colpa loro' la gente si giustifica con stronzate del tipo: hai fatto caso che le magre sono tristi e invece tu hai sempre voglia di scherzare? Questo perché uno si aspetta da un grasso che giri a capo chino con sensi di colpa... maddai! Non è mai il grasso il problema, ma l'eventuale atteggiamento mentale che lo ha causato, ma la pubblicità non va così in profondità: si preoccupa di far sentire colpevoli indiscriminatamente tutti e di offrire una soluzione plausibile, anzi seducente. Dimagrire dormendo. La prossima sarà arricchirsi spendendo o farsi ricrescere i capelli con la carta vetrata.
Ad esempio, la prima cosa che può venire in mente a uno è va beh la catarsi, ma l'umorismo di parola? non mi vorrai mica dire che uno si vuol liberare anche dallo schema della relazione verbale? Sì. E non ci credevo tanto neanch'io finché non ho scoperto, leggendo qualche libercolino di una scienza di cui, fino a prima di quei libercolini, ignoravo la conoscenza, che la comunicazione (anche solo verbale) è una roba complicatissima, anzi peggio: estenuante! La scienza in questione sta in mezzo, o sopra... lì in giro insomma, tra la linguistica, psicologia cognitiva e altre menate del genere (non ho ancora le idee molto chiare...), ma per rendersene conto (a grandi linee) basta ripensare a quanta voglia hai di parlare in momenti di stanchezza, tipo una sera di una giornata devastante, per capire quanto sia mentalmente faticoso. Ma non fu questo a convincermi definitivamente. Una volta degli amici, approfittando della mia ingenuità, mi diedero a fumare un paio di tiri di qualcosa che probabilmente tutto tabacco non era. Fatto sta, che nel giro di un quart'ora non capivo più moltissimo. Non avere il controllo di me mi fa infuriare, così nell'attendere che l'effetto passasse ragionavo sul fatto che probabilmente non ero in perfetta efficienza con la memoria breve perché appena succedeva una cosa, mi sembrava fosse successa anni prima, ne avevo un ricordo confuso. Questo, oltre a convincermi che noi valutiamo il passaggio del tempo in base alla nitidezza dei nostri ricordi, mi fece capire quante cose bisogna fare per mantenere un livello di conversazione accettabile. Ricordavo che qualcuno aveva detto qualcosa, ma non ricordavo bene né chi, né cosa. Quando c'era silenzio mi chiedevo se qualcuno si aspettasse che dicessi qualcosa, tipo rispondessi e se sapevo cosa rispondere adeguatamente. Insomma: una faticaccia. Invece, per il resto, camminare, coordinare, usare le mani (anche questo è un meccanismo notoriamente molto complicato) nessun problema. Relazionarmi? Impossibile. L'unica cosa che riuscivo a fare era ridere. Una sorta di zero comunicativo. Ho capito le ragazze sciocche che sanno soltanto ridere: anch'io ridevo per manifestare un apprezzamento asettico e immotivato al mio interlocutore. Ridevo per compiacerlo e distrarlo dal fatto che non stavo seguendo il senso della conversazione (non che i miei interlocutori fossero più presenti di me). Era uno zero. Cioè l'equivalente ad un'espressione neutra che, al contrario, gli avrebbe segnalato ostilità, io comunicavo un'interesse generico anche se per me stava parlando in un'altra lingua o in nessuna lingua. Nei prossimi post andiamo ad analizzare i sette livelli della interpretazione verbale e per ogni livello facciamo un esempio di comicità, aprendo prima con un aspettino curioso: l'interpretazione in tempo reale.
Altri contemporanei hanno fatto cose simili alla musicoralità. Le finalità sono ben diverse, così come gli strumenti i mezzi e anche i risultati. Ritengo sia comunque importante conoscere anche il lavoro degli altri, per questo voglio proporti l'ascolto di questo 'gioco musicorale', datato, se vogliamo, ma efficace. La sovrapposizione armonica non è certo da musica popolare, ma comunque abbastanza orecchiabile (credo) per chiunque. La situazione (Sara Palin che, alla fine, canta!) è divertente, pertanto mi sembra stimabilissimo il risultato ottenuto dall'autore Henry Hey. Buon ascolto e buon divertimento.
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Sono sicuro che sarà sfuggita ai più, infatti è ancora lì apparentemente innocua, al secondo 8:45 del file video che ti ho linkato qui sotto. Ai più, ma non agli elettrorumoristi, ma andiamo per gradi.
Voglio un lavoro strapagato, con un orario flessibile mooolto contenuto, e molte altre santissime cose; perché VOI non siete capaci di strutturare un mondo del lavoro ove la gente cerca ciò che gli piace, ma preferite adorare questo dove la gente è costretta a fare quello che deve. E addiriturra, se quello che deve è spiacevole, è un valore: nobilita il lavoro!
Una tendenza che trovo sempre più diffusa fino al maniacale è quella di trasformare ogni aspetto della vita sociale ed individuale in un qualcosa-a-prova-di-idiota in due direzioni: le procedure e la sicurezza. Le prime dovrebbero essere una serie di istruzioni computer-like che mettono chiunque sia capace di leggerle e interpretarle in grado di portare a termine un compito con rischio di fallimento zero, la seconda è la pia speranza di creare un mondo di gomma e senza spigoli dove, se fai un incidente, al peggio rimbalzi.
Sono stato all'ikea. Ce ne sarebbero mille da raccontare, una in particolare non riesco a mandare giù: il cabinotto con sopra scritto 'vivere in meno di 30mq è possibile' e poi entri dentro e c'è un'ipotesi di come uno arrederebbe una scatola da scarpe per viverci dentro: siamo sicuri che sia legale questo e non piuttosto istigazione a delinquere o qualcosa del genere?
Le due (antitetiche) posizioni/luogo-comune sono 'io lavoro per vivere mica vivo per lavorare' e '



