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grande quadro resistere forza distruttiva di fuoco segno di presenza di dio huga huga huga huga Segno inconfondibile dell'ottimismo umano, o del bisogno di speranza: nessuno si incazza perché dio ha lasciato bruciare (o ha bruciato!) tutto il resto della scuola (forse i bambini hanno ringraziato in silenzio nelle loro preghiere?), ma tutti entusiasti perché un quadro non ha preso fuoco. Sempre che sia vero e non una leggenda, possibile che solo a Forlì non abbiamo neanche la dignità di un patrono che, magari non ha fatto miracoli, ma almeno ha fatto un briciolo di bene? In fondo i santi, anche se solo testimonial, di solito (non sempre) si contraddistinguono per grande valore umano, etico e morale. Invece noi adoriamo un quadro che non è andato a fuoco. Come faccio a prendere per il culo i musulmani che pregano verso un pezzo di pietra nera o i pellerossa che hanno svenduto le riserve per delle sveglie rotte? Vi prego cari concittadini, ridatemi la dignità di essere pensante e ragionante: se volete adorare idoli, fatelo in nome del vostro credo religioso, non della vostra cittadinanza. Che non si dica che la madonna del fuoco è patrono (matrona?) di Forlì, ma solo di quella forlì che crede che l'attenzione di una divinità verso il proprio creato si manifesta salvando l'immagine della propria madre mentre lascia incendiare l'edificio più importante per le nuove generazioni di un intero paese. Forse se fosse sceso un angelo prima che l'edificio fosse compromesso a spegnere il fuoco soffiando...
Sì, sì: come se dio fosse un paffuto e passito presentatore che con un sorriso compiaciuto ci chiede la domanda più difficile di tutte, proponendoci in cambio il milione del signor Bonaventura e poi resta seduto a guardarci (o a mandarci suggerimenti, parlando ai meno fatalisti) fintanto che non indoviniamo o che non scade il tempo. Dai, in quanti hanno questa sensazione? Non era Quasimodo quello che voleva sollevare il velo della realtà? Di Neo sono sicuro: voleva la verità della matrice, ma poi il film ci ha fatto dimenticare che avrebbe dovuto anche volere la verità di Zion. La realtà sensoriale che ci è sofferta è (percepita come) una menzogna e noi esigiamo di sapere la verità! Ho la sensazione che gli istinti complottisti, sempre più di moda, derivino da un transfert di questo umanissimo senso di smarrimento. Appena mi è capitato di guardare in faccia questo modo di vedere le cose, non ho potuto fare a meno di pensare che è molto... umano. Come se una formica, dopo aver girato il formicaio, congetturasse che tutti gli esseri del creato hanno le antenne e, trovandosi di fronte al primo essere umano, lo giudicasse sbagliato, indicandolo come eretico e mettendolo al rogo... ma questa è un'altra storia. In fondo la curiosità è un altro umanissimo istinto; la ricerca di conoscenza, il miglioramento del sé, non è detto che il mistero dell'esistenza (se ce n'è uno) risponda a questa umanissima richiesta. Dopo aver verbalizzato questa domanda, torno a pormela e a cercare di dare una risposta, eh eh eh. Va bene cercare di capirsi, ma in fondo siamo fatti di noi! Ma la cosa buffa la sai qual'è? La domanda riguardo l'origine e il senso della realtà è insita nella curiosità umana: chi più, chi meno, con o senza canna, tutti ce la poniamo. Possibile che nessuno abbia mai trovato una risposta? E se uno trova la risposta cosa succede? Suona un campanello? Appare Jerry Scotti che ti dà il milione. Se l'idea fosse che esce dal gioco, mi viene da pensare che tutte quelle persone (immagino che anche tu ne abbia conosciuta una) che muoiono improvvisamente da zero a cento, dal nulla proprio, tipo un ictus, ma senza nessun preavviso, ecco questi hanno avuto la folgorazione: hanno capito il senso della vita e per loro il gioco si conclude così... altrimenti potrebbero suggerire agli altri!
Una volta appagati i bisogni primari (perché... diciamocelo: essere felici a pancia vuota è una vera impresa!) all'uomo non serve tanto. Siamo macchine pensate e costruite per provare emozioni, se ci pensi: nulla ci dà più piacere che il provare piacere. In una giornata può succederci di tutto, ma se riusciamo a ritagliarci due o tre momenti di emozioni piacevoli, allora la giornata è salva. Se uno riesce a salvarsi almeno un 50% delle giornate, avrà una vita felice. Eddai: non è una cosa così difficile! Poi dipende da te per il cosa ti procura emozioni piacevoli: a me piace la sensazione fisica dopo la ginnastica, il freddo del letto sotto al piumone appena ti ci metti, solo perché so che durerà poco, un pasto gratificante, un buon odore, o anche cose meno frequenti come la soddisfazione di aver tradotto in oggetto digitale un'idea artistica, la risoluzione di un problema lavorativo. Ma ognuno ha le sue. Il punto è che se riesci a vedere queste cose nella tua giornata, credo che difficilmente qualcosa riuscirà a turbarti. Attenzione, con questo non voglio togliere, sottovalutare o denigrare l'entusiasmo e la passione nel progettare, anche a lunga scadenza e la soddisfazione della realizzazione di progetti anche complessi, impegnativi. Ma tra la soddisfazione e la felicità c'è un bel po' di differenza.
È importante che gli individui capiscano non solo che l'anarchia è possibile, ma che è l'unica scelta accettabile; scegliere altro è accontentarsi. Ti dicono che l'uomo è intrinsecamente opportunista; che ciò non sia vero è dimostrato dalle mastodontiche organizzazioni sociali in tutto il mondo. Siamo in una fase di transizione della nostra evoluzione dove l'istinto di sopravvivenza, ancora molto forte, va calando e l'istinto di socialità, ancora un po' *diciamocelo* blandino, va crescendo. Un giorno, tra qualche migliaio d'anni, chi leggerà questi scritti si stupirà della necessità di scrivere... tali banalità. Quindi la ricetta quotidiana è: lavorare per piacere, facendo qualcosa di utile a se è al tessuto sociale, senza avere in cambio riconoscimenti economici, ma potendo usufruire parimenti del lavoro degli altri individui... ti ricorda nulla? Personalmente ritengo il mio lavoro istituzionale un portatore sano di stipendio. Non completamente, per carità! Diciamo che se mi regala un 20% di soddisfazione, il resto è noia necessaria se voglio sopravvivere nel capitalismo. Otto ore al giorno con una resa del 20% giustificano il 100% della mia sussistenza; le rimanenti tre ore al giorno dedicate mediamente ad attività sociali (non ultimo la scrittura di questi stessi post) non sono riconosciute in nessun modo, nonostante (ne sono consapevole) abbiano un'utilità che, confrontata al resto della mia giornata lavorativa, può essere stimata al 200%. Quanti sono in queste condizioni? Quanti lavorano per vivere e dedicano il loro tempo libero a cose utili? Io ne conosco tanti. I netfuturisti, ad esempio, lavorano così: ogni ora di tempo libero per costruire un pensiero avanguardistico completo e coerente. Ma non c'è bisogno di cercare tanto in là: pensa ai volontari del 118, agli educatori *sigh* religiosi, le associazioni senza fini di lucro (quelle vere!), anche i volontari all'interno dei partiti politici. Moltissima gente, già adesso, sa cosa significa lavorare, darsi da fare, sbattersi con passione per qualcosa in cui si crede e per farlo, aspetta di essere stimbrato. Così diventa: il lavoro è quella cosa noiosa che ti procura lo stipendio, l'hobby è quella cosa entusiasmante che serve, ma che non vale niente; questa è già una verità diffusa adesso! Si tratta di montare su questo lavoro vero, non retribuito, fatto di passione, che ora è considerato un surplus, spingere l'acceleratore a tavoletta e superare il lavoro istituzionale in quarta! Di metterlo tutto insieme e dargli la dignità di colonna vertebrale produttiva per l'anarchia che verrà. Facciamo un esempio. Alla settimana scopro che ho quattro ore libere, che magari di solito aspetto indolente, non uso (ricordati che il tempo*uomo, oltre alle risorse del mondo, è l'unica cosa che abbia valore in (geni)anarchia!). Se tu potessi usare queste quattro ore per fare qualcosa che ti piace, avresti buttato un'altra goccia nel mare anarchico. Se ti piace ad esempio costruire ninnoli, falli e portali nel negozio anarchico* o appoggiali su un portale e chi li vuole se li viene a prendere. Ti piace insegnare? Mettiti a disposizione di chi ha bisogno. Ti piace coltivare? Ottimo, organizzati per distribuire i prodotti in modo che non vada a male nulla. Il gioco è che se ognuna di queste attività è fatta per la sola propria gratificazione, alla distribuzione del prodotto non seguirà un corrispettivo economico. Adesso... se è ancora più spiccato il tuo istinto opportunista di sopravvivenza, starai pensando all'uno che perdi; se invece si è sviluppato abbastanza il tuo istinto sociale, starai pensando al mille che guadagni! Tieni presente che l'evoluzione ha una sola direzione e gli individui del primo tipo hanno il solo destino di estinguersi. Ricorda: quando il prodotto è finito, non te ne devi più preoccupare. Ti ha dato tutto quello che poteva darti con la soddisfazione di averlo fatto. Quindi se ne usufruisce un altro anarchico, bene, il ciclo prima o poi si chiuderà, se ne usufruisce un ananarchico, potrebbe essere l'occasione per fargli capire come può essere migliore il mondo. Due riflessioni e poi le altre magari le lasciamo nei commenti: *il negozio anarchico è un negozio dove non c'è un negoziante: chi ha, porta e chi ha bisogno, prende. Per rendere movimento un'iniziativa di questo tipo (con vecchi canoni si dovrebbe definirla commerciale *gh gh*) è necessario che gli individui si organizzino e che rendano anche partecipi passivi gli ananarchici, ma non si può lasciare che l'opportunismo ananarchico se ne impossessi. Ricordo che fintanto che siamo nel transiente dall'ananarchia all'anarchia, il rapporto con le strutture non anarchiche non può essere gestito in maniera anarchica. Per cui nel negozio anarchico oltre a verificare che non venga saccheggiato stupidamente da ananarchici si dovrebbe approfittare per divulgare le iniziative anarchiche. Mano a mano che un'iniziativa di questo genere si diffonde, girerà sempre più lavoro non retribuito e sempre meno lavoro retribuito causando due grossi effetti che innescheranno le reazioni degli ananarchici: la concorrenza sleale e il calo di entrate fiscali. Mentre per il primo problema non posso che lasciare un monito, poiché la soluzione dovrà essere escogitata caso per caso, per il secondo bisognerà necessariamente organizzarsi offrendo gruppi di supporto alle esigenze pubbliche. Ci pensi quanta gente già adesso ha aperto spontaneamente e singolarmente la strada all'anarchia? Ci pensi organizzandoci quanto potremmo fare? Probabilmente se tutti collaborassimo, venti ore alla settimana sarebbero sufficienti, ma chi (non avendo più bisogno per la sussistenza) dedicherebbe solo venti ore alla settimana ad una cosa che gli piace?
Sono cresciuto in mezzo a numeri e algoritmi e ho una tendenza molto personale ad estendere ragionamenti al massimo del rigore logico in tutti i campi. Se dovessi indicare la miglior scelta per una logica che dòmini lo sviluppo più efficente per una struttura sociale, copierei (in mancanza di meglio) la scelta che la natura fa da milioni di anni: la selezione naturale. In fondo anche la capacità di interpretare come sentimenti le nostre sensazioni è una risposta evolutiva alla necessità di costituirci in gruppi sociali. Poco importa: che sia in un modo (cinico) o nell'altro (romantico), per me l'esito è lo stesso. Mi spiego. Supponiamo che nel definire una regola aprioristica di distribuzione delle risorse tra gli individui, si voglia prediligere, in base ad un criterio qualsiasi, un individuo rispetto ad un altro (è più intelligente, più forte, più adatto alla sopravvivenza), si viene a creare un nuovo problema: qualcuno (tutti) deve decidere, al posto della natura, (1) quale è il criterio che rende più adatta una persona rispetto ad un'altra, (2) quando è il momento qualcuno (tutti) deve stabilire chi rispetti meglio quel criterio. Mentre forse il punto (2) è risolvibile in alcuni casi attraverso rigide misurazioni, il punto (1) causa un paradosso logico: se fossimo ora capaci di stabilire criteri di miglioramento della specie per il domani, vorrebbe dire che già adesso abbiamo realizzato quei criteri. Immagino che sia evidente che non sto parlando di rendere una razza più alta, più bionda o cose così, ma in generale più idonea alla sopravvivenza: se fossimo capaci di capire come si potrebbe realizzare, lo faremmo senza doverci selezionare. Non escludo che qualcuno possa dimostrarmi il contrario, ma per ora rimango dell'avviso che, nella MIA (geni)anarchia, equo equivale a giusto. Ovvero, nella distribuzione delle risorse, a priori, una tutte gli individui contano uno o, per dirla in fretta, oneach (uno ciascuno). Bada che non è frutto di ignavia o un finto senso buonista, è solo che mi sembra la scelta migliore per consentire al naturale meccanismo di selezione di compiere quello che finora è stata la maniera migliore per progettare e costruire un futuro che sia rigorosamente migliore del presente.
Non sono chiacchiere, né cazzeggio, il fatto è che lungo questo percorso di post sto tracciando un sentiero, delle caratteristiche necessarie e sufficienti a delineare una (geni)anarchia; una volta che un insieme di regole rispetta questi principi, è una (geni)anarchia, ma non LA genianarchia. L'obiettivo è quello di eliminare ogni tipo di struttura gerarchica e procedere verso un individualismo sfrenato; puntualizzo per i più maliziosi: sempre qui (e in tutto il netfuturismo) per individualismo si intende l'esaltazione delle capacità proprie dell'individuo, inclusa la socialità! È una categoria che si riconosce meglio con il termine demassificare, perché la parola individualismo purtroppo è in uso comune con altro significato, ma se ti abitui un po' con me... In pratica, ogni singola regola dovrà essere pensata per massimizzare le possibilità creative e di sviluppo (utilità) di ogni singolo individuo. Ogni persona decide se partecipare a questa (geni)anarchia, prendendo visione del regolamento, capendolo (yes, richiede intelligenza, per questo si chiama (geni)anarchia! gli stupidi non possono essere anarchici), accettandolo e applicandolo. Bisognerà regolamentare la minore età, fino a quando non si hanno le capacità di capire il regolamento, l'età varierà da persona a persona (capisci cosa intendo per individualismo? qui siam tutti maggiorenni a 18 anni: ti sembra credibile?), ma forse stiam parlando di circa dodici anni. Bisognerà regolamentare i rapporti con le strutture an-anarchiche, per le quali sono richieste regole non anarchiche, forse un esercito. I rapporti con le altre (geni)anarchie. Le regole di accettazione di nuovi individui in comunità (facile), la gestione delle patologie an-anarchiche (non tutti sono fisiologicamente in grado di capire e applicare), la gestione di atteggiamenti an-anarchici. Dopodiché si potranno suddividere i contrasti in tre tipologie, due delle quali di facile risoluzione: quando le risorse sono sufficienti per tutti i contendenti e quando non lo sono per nessuno. Infine, quando le risorse non sono sufficienti per tutti è necessario stabilire una regola di distribuzione o assegnazione. Serve una procedura per aggiungere, modificare o cancellare regole alla quale tutti (non so come dirlo: TUTTI!) devono poter partecipare. In (geni)anarchia NESSUNO può dire a me va bene, fate voi! Dopodiché si può partire, non credo serva altro. Ma poi mi han chiesto: ok, tutto molto bello, molto hippy e mi piacerebbe anche. Sembra un mondo dove c'è il sole anche quando piove, ma a me ad esempio dispiacerebbe molto dover rinunciare alla mia casa o alla proprietà privata in genere. Nella (geni)anarchia c'è la proprietà privata? In generale la risposta è non lo so. Ecco come mi immagino il futuro: una volta rispettati i principi sopra (che forse con il tempo si potranno estendere o ridurre) poi ogni comunità potrà stabilire il proprio insieme di regole e metterlo in pratica, di modo che se un individuo per qualunque motivo (o perché ha appena raggiunto la maggior età o perché ha cambiato idea) non gli piace la proprietà privata, esce dalla propria comunità e si trasferisce in un'altra il cui regolamento gli sembra più appropriato al proprio modo di concepire la vita sociale. In un futuro, probabilmente le comunità si scambieranno le esperienze nell'applicazione dei regolamenti; talune comunità vedranno che hanno sbagliato e preferiranno adottare altre regole che magari altre comunità hanno già sperimentato funzionare benissimo e così via. Quando tutto il mondo sarà anarchico, si potrà infine cessare di avere strutture e regole di interfaccia con altre società an-anarchiche. Il mondo diventerà un'enorme rete di comunità (geni)anarchiche, una sorta di net.an.archia globale. Sì, ok, ok. Detto questo, tra un po' pubblicherò su questo sito un'ipotesi di regolamento, promesso.
Alla notizia si alza il naturale cordoglio fatto di indignazione sentita e di indignazione di forma; le parti vicino alle vittime protestano e cercano di mettere una qualche pezza affinché questo non succeda più. Passano un paio di giorni e si ritorna al consueto silenzio del non-è-successo-nulla. Ciò che mi ha fatto ragionare in tutta questa faccenda non sono le dichiarazioni degli estremisti razzisti che girano in rete; così come quelle degli pseudo-razzisti (quelli che dicono li metterei tutti al muro, ma poi quando si trovano un poveretto davanti gli danno cinque euro), ma la reazione dei sempliciotti di abbastanza-destra che rifiutano di unirsi all'indignazione perché non la capiscono: ecco, vorrei spiegargliela. Innanzitutto, per capire a chi sto parlando, ti copio qui a seguito un'immagine con alcuni loro commenti
L'indignazione, caro mio (come posso definirti? ... uhm... ah yes!) omarello, non sta nel fatto che sono state uccise delle persone, questo è vero, capita tutti i giorni, ma nel perché! Di solito i soprusi rispetto a terzi sono commessi per interesse personale; la cosa è disdicevole, ma comprensibile. Rubo, uccido o violento per avere qualcosa che voglio, che non ho, ma che tu hai. Quello che è peggio del "solito" è che uccida una persona non per qualcosa che posso prendergli, per un interesse mio personale, ma per qualcosa che è! Non si può colpevolizzare, punire o qualunque altra cosa, una persona per qualcosa che è; lo si può fare per qualcosa che fa. Quando qualcuno comincia a puntarti il dito contro e ti accusa perché sei negro, perché sei omosessuale, perché sei sfigato, perché sei malato, perché sei gracile... allora è finita: crolla qualunque senso etico voglia regolamentare la vita sociale. Non sei convinto sia questo il motivo? Prova a pensarci: come si chiamavano i due senegalesi uccisi? Perché non si titola uccisi Moammed e Mustafà? Perché alle due vittime non viene riconosciuta una dignità di persona? Non sono stati uccisi due esseri umani, sono stati uccisi due senegalesi. O meglio, un italiano ha ucciso due senegalesi, quindi tutta l'italia ha sparato al senegal (motivo per cui si è voluto subito caratterizzare l'assassino: un pazzo di estrema destra, quindi la notizia diventa l'italia pazza di estrema destra ha sparato al senegal). Il fatto è che dentro il titolo c'è scritto uccise due persone perché senegalesi, è questo il fatto gravissimo; è questo il motivo per cui tutto il senegal e tutti i senegalesi si indignano; e perché anche tutte quelle altre categorie che sono in odore di discriminazione potrebbero indignarsi preventivamente e così anche tutti quegli italiani che hanno capito queste banalità, basilari per ogni sistema etico: si indignano e vogliono strillare con forza che non è stato il gesto di un italiano, ma il gesto di un pazzo che casualmente è anche italiano! Non ultimo il terrore che se l'atto non sia abbastanza duramente condannato, ne seguano altri. Sappiamo ben tutti la propaganda razzista che la lega sta portando avanti da decenni, sappiamo anche che attecchisce bene in certe fasce culturalmente più deboli e che la crescente indigenza aumenta la reattività, quindi potenzialmente si possono immaginare altri individui candidati ad altre stragi, è bene che sappiano sin da ora che le conseguenze sarebbero gravissime, un briciolo di deterrente non glielo vogliamo dare?
Una volta completata l'opera, non deve seguirti più perché il meccanismo è fatto in modo che sarai tu a censurare te stesso. Per questo trovi legittimo stare seduto ore davanti alla tv, al cinema, ai concerti, a scuola, senza fiatare, perché tu, uno tra molti, non sei quello che sta parlando, per cui... zitto. Ci sarà forse un momento opportuno e in quel momento con molto garbo e cortesia, alzerai la mano, aspetterai il tuo turno e quando ti sarà concesso parlerai. Ti sembra tutto legittimo? Non lo è. Ti sembra assurdo e irreale? È la quotidianità. Ecco perché facciamo (anche) le cene con delitto. Ecco perché spostare la sede delle cene con delitto al cinema (al cinema col delitto!) è un ottimo modo per rendere ancora più evidente questo effetto: l'insonorizzazione della sala cinematografica si strappa con violenza quando viene stuprata dalla viva voce o dal microfono e se quella voce è la mia... beh, è davvero imbarazzante! Devo chiedere il permesso, devo essere davvero sicuro che quello che sto facendo è legale! Raccontato qui su questo post sembra inverosimile, eppure è questa la nostra esperienza. Durante la serata, il pubblico (che piano, piano, ormai non lo si può più definire pubblico) pone domande ai personaggi e tutte le domande cominciano con la stessa formula: posso chiedere... , vorrei fare una domanda..., volevo sapere... Sempre. Per essere sicuri che i presenti se ne rendessero consapevoli, abbiam fatto anche giocosamente notare quest'uso: il commissario ha già detto che potete/dovete far domande, non c'è bisogno di richiederlo ogni volta. Nonostante questo, è stato irresistibile: ogni successiva domanda continuava a cominciare con ridondanti forme di cortesia del tipo 'ti prego, posso parlare...' Si capisce allora la necessità di strutturare anche una banale serata di intrattenimento; lasciando facilmente fruibili i contenuti, si può lavorare sul setting, il luogo e la forma fino al punto da diventare complici della più grossa rivoluzione della comunicazione che si possa attuare in questo periodo postmassmediale: la creazione di un paradigma dello spettacolo molti a molti. Sia chiaro, non è ozioso: se l'abitudine a questa struttura comunicativa è trascinata fuori dal contesto performativo direttamente dentro la vita, la rivoluzione è compiuta! Questo è il compito dell'arte d'avanguardia oggi e questo è quello che facciamo al cinema con delitto. Avanguardia di massa, infatti la rassegna è proseguita con ottimo riscontro di pubblico (fino alla terza serata) e con abboccamenti con altre sale; diciamoci la verità: escono serate davvero divertenti!
Io mi chiedo se può essere sempre stato così; prima della colonizzazione europea a chi chiedevano la carità? In quale chiesa si trovava incessantemente la bustina in cerca di soldi per un popolo intero incapace di provvedere geneticamente al proprio sostentamento? Che ci vuoi fare: noi europei siamo degli sgobboni (formiche) capaci di far fronte all'inverno, mentre gli africani sono cicale che cantano, ballano e giocano e poi, quando è il momento di mangiare, esibiscono bambini-scheletro per ottenere briciole alla mensa europea. Si capisce che è un discorso che non fila. Sono stato in Africa a verificare (Zambia) è ho scoperto che è una terra fertilissima, che puoi raccogliere anche quattro volte l'anno; tra i tropici tutto l'anno ci sono dodici ore di luce dalle sei alle sei, raramente è caldo caldo e praticamente mai è freddo. In un clima così (un clima da bare necessities) a nessuno viene in mente di cumulare... per l'inverno! Vivi, ti gusti la vita, finche non finisce. Anch'io avrei fatto così e forse, unificando alle esigenze europee, questo è un atteggiamento da cui si può imparare anziché condannare e reprimere, o al meglio redimere. Mi viene in mente, allora, che la nostra smania all'accumulo è dovuta solo ad un fattore ambientale: cerchiamo di avere sempre di più perché, ancestralmente, dobbiamo far fronte all'inverno. Ci sembra stupido chi non si dà da fare per avere più di ciò che serve, e inefficiente chi spreca anche una sola ora senza cumulare. Il fatto è che, se da un lato questo atteggiamento ci ha traghettato fino al 2011, ovvero ci ha consentito in altra epoca di sopravvivere e poi di prosperare, infine di soggiogare altre culture e imporre loro questa presunta esigenza, dall'altro lato questa esigenza non c'è più. Dalla costruzione dei grandi centri commerciali in avanti, non abbiamo più paura dell'inverno neanche quando usciamo di casa. Non abbiamo più freddo, non abbiamo più fame e sono poche le malattie che ci colgono impreparati e stiamo lavorando anche su quelle. In pratica, l'atteggiamento formica ci serve pochissimo, oggigiorno, se non che è solo deleterio: malattie cardiovascolari, psicopatologie e chissà in cos'altro possiamo somatizzare lo stress, più la competizione, l'opportunismo e la prevaricazione. Non sarebbe male se, invece che imporre i nostri tumori ad altri, integrassimo un briciolo di cicalismo nella formicheria. Per rendere l'inutile, obsoleta, sbagliata, antieducativa favola della cicala e della formica ai posteri, la mutiamo leggermente. Perché mentre la versione di LaFountaine ce l'abbiamo nel mesencefalo, quella che segue ci deve essere insegnata artificialmente, con la speranza che, in un centinaio di generazioni, moderi quest'inutile istinto alla cumulazione. C'era una volta, tra i due tropici, una cicala e una formica. Mentre la formica lavorava strenuamente per raccogliere cibo per l'inverno, la cicala cantava di gusto deliziando tutti gli insetti del circondario. La formica scherniva la cicala - canta, canta, ma vedrai che brutta fine farai quando verrà l'inverno - e tutti guardavano la formica con occhi sgranati, poi la cicala riprendeva a cantare. Ma la formica, che ci teneva a non fare la figura dell'idiota mentre tutti si divertivano, ripeteva i suoi moniti alla cicala - Ah, vedrai quest'inverno vedrai... - La cicala invece continuava a cantare. Un bel giorno, il 21 di dicembre arrivò l'inverno, la formica si chiuse nel suo formicaio mentre la cicala continuava a cantare allegramente. Non passò tanto tempo che la cicala andò a bussare alla porta della casa della formica. - A ah! - fece la formica - Lo sapevo: adesso vieni a pietire da mangiare, ma io dura: NO! Col cavolo, ci dovevi pensare prima, posso mica sgobbare io e poi tu vieni a prenderti la tua parte, non è giusto, non è giusto, ma son buona e vabbè, vieni pure a prendere la mia elemosina. La cicala rispose - Veramente ero preoccupata per te, è un po' che non ti si vede in giro e visto che oggi è una bella giornata di sole ed è domenica, volevo sapere se ti andava di venire al lago. - - Bella giornata? Ma non è inverno? - - Sì, ma un inverno equatoriale, il clima è ancora gradevolissimo, che fai: vieni? - La formica per stizza non andò. Anzi finì i suoi giorni nuotando nel mare dei suoi averi (sì, sì, proprio come l'adattissima figura didattica per bimbi Paperon de Paperoni) colpita da un tremendo malore dovuto all'iperlavoro e allo stress. La cicala invece subì l'invasione di formiche del nord che le tolsero tutti i beni e la costrinsero a lavorare d'estate e a mendicare cibo di inverno. Eh eh, un brutto finale? No no, mica è finita. Diciamo che adesso... siamo arrivati più o meno fino a qui, il finale sta a te.
E così dobbiamo prendere questa vicenda, senza razzismi politici, ma per il singolo evento: il vertice del partito ha avuto un atteggiamento poco chiaro e la base ha detto NO! Vorrei evitare discorsi del tipo hai visto che il popolo della sinistra è meglio della destra, con il pensiero che poteva capitare anche a destra un evento del genere. Preferirei che prendessimo questo evento con atteggiamento... bipartisan, in fondo è un fatto etico che esula le ideologie politiche. Poi (per carità) il figlio di Di Pietro non è il trota, ha una storia politica, ad un padre fa piacere che il figlio segua le proprie orme fino al punto da offuscargli il giudizio politico, ma tutte queste minchiate non tolgono che sia stata una scelta poco oculata, facilmente criticabile, insomma... una cazzata! Ma quando Bossi ha candidato il figlio, questo si è portato a casa oltre 12 mila voti. Quando Berlusconi ha candidato le varie Minetti, pdl (base inclusa) ha fatto quadrato. Patetiche pecore pronte a belare quello che il padrone gli ordina, questo è il misero destino del popolo italiano finché qualcuno (ancora pacificamente) ha alzato la testa e ha detto NO. Un no che non rimarrà inascoltato e che, mi auguro, avrà echi sia a destra come a sinistra e che sia, speriamo, l'inizio di una nuova Italia. Che se i vertici imparano che gli errori li pagano, cercano di farli più; finché possono uscirne impuniti, ne faranno sempre di peggio. Ringrazio per la lezione: io ho imparato. |
huga huga huga huga
Insomma più o meno tutti abbiamo questa sensazione Jerry-Scotti-like.
Non è così difficile essere felici. Basta non lasciarsi distrarre (troppo) dai bisogni indotti e che quindi tanto bisogno non sono.
Ma quando ti dicono: non è possibile, sarebbe meraviglioso, ma è un'utopia!
Ho già avuto occasione di dire che non necessariamente
Chiacchiere, chiacchiere, ma... quando cominciamo a stilare il sistema di regole ideale per una (geni)anarchia?
La sequenza di fatti: un tale va fuori di testa e spara a rotta di collo ad africani. Ne uccide due e ne ferisce altri. Viene inseguito e si uccide.
Si parla di bavagli, censure, regimi, dittatori, spesso senza rendersi conto che la censura più grossa è stata quella che ti ha convinto che tu non sei titolato a parlare.
Ancora sulla retorica del lavoro a tutti i costi, quante volte avrai sentito il luogo comune che gli africani non han voglia di far nulla? Prendono la vita con mooolta calma e poi finiscono in indigenza e chiedono la carità.
Destra e sinistra è tutto uguale. I vertici, forse... Ah beh, insomma! Non è che idv raccolga l'ultimo sparuto manipolo di uomini onesti italiani, è solo che questa volta, queste