postheadericon Tag:il segreto della felicita

Questa è la partenza e questo è l'arrivo. In tutti i vari conflitti sociali ed obiettivi personali o professionali, sarebbe auspicabile non dimenticarselo. In epoca contemporanea, va di moda spostare il conflitto. A partire, se vogliamo, dalla destra-sinistra storica alla più recente spaccatura cittadino-politica. E poi tutte le grandi classiche dicotomie tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere: per la religione cattolica la chiave della felicità è un elastico perennemente in pulsione tra il tuo essere peccatore e il tuo dover essere santo, per il successo sociale la pulsione è tra il tuo status e il raggiungimento di maggior benessere. I massmedia propongono standard da raggiungere in ogni momento e ancora più violentemente lo fa la pubblicità creando la tensione tra il non possedere il nostro prodotto e i vantaggi che ne ricaveresti. Il tutto serve per spostare la ricerca della felicità ad altro da sé, rendendo l'obiettivo di diventare felici impossibile.
La felicità è una cosa che ognuno può possedere adesso. Ne discuteremo a lungo, nel frattempo lascio un po' di aforismi, come spunto di riflessione
la felicità è in ciò che si è, si fa e si sa, mai in ciò che si ha
la ricerca della felicità è già felicità
se non puoi essere/sapere/fare ciò che desideri, prova a desiderare ciò che sei/sai/fai
i soldi, come ogni altra cosa, possono darti la felicità, ma non possono esserlo

bimbo che ride mentre lo fanno girareNon è così difficile essere felici. Basta non lasciarsi distrarre (troppo) dai bisogni indotti e che quindi tanto bisogno non sono.

Una volta appagati i bisogni primari (perché... diciamocelo: essere felici a pancia vuota è una vera impresa!) all'uomo non serve tanto.

Siamo macchine pensate e costruite per provare emozioni, se ci pensi: nulla ci dà più piacere che il provare piacere.

In una giornata può succederci di tutto, ma se riusciamo a ritagliarci due o tre momenti di emozioni piacevoli, allora la giornata è salva. Se uno riesce a salvarsi almeno un 50% delle giornate, avrà una vita felice. Eddai: non è una cosa così difficile!

Poi dipende da te per il cosa ti procura emozioni piacevoli: a me piace la sensazione fisica dopo la ginnastica, il freddo del letto sotto al piumone appena ti ci metti, solo perché so che durerà poco, un pasto gratificante, un buon odore, o anche cose meno frequenti come la soddisfazione di aver tradotto in oggetto digitale un'idea artistica, la risoluzione di un problema lavorativo. Ma ognuno ha le sue.

Il punto è che se riesci a vedere queste cose nella tua giornata, credo che difficilmente qualcosa riuscirà a turbarti.

Attenzione, con questo non voglio togliere, sottovalutare o denigrare l'entusiasmo e la passione nel progettare, anche a lunga scadenza e la soddisfazione della realizzazione di progetti anche complessi, impegnativi. Ma tra la soddisfazione e la felicità c'è un bel po' di differenza.

 

la cicala e la formicaAncora sulla retorica del lavoro a tutti i costi, quante volte avrai sentito il luogo comune che gli africani non han voglia di far nulla? Prendono la vita con mooolta calma e poi finiscono in indigenza e chiedono la carità.

Io mi chiedo se può essere sempre stato così; prima della colonizzazione europea a chi chiedevano la carità? In quale chiesa si trovava incessantemente la bustina in cerca di soldi per un popolo intero incapace di provvedere geneticamente al proprio sostentamento?

Che ci vuoi fare: noi europei siamo degli sgobboni (formiche) capaci di far fronte all'inverno, mentre gli africani sono cicale che cantano, ballano e giocano e poi, quando è il momento di mangiare, esibiscono bambini-scheletro per ottenere briciole alla mensa europea.

Si capisce che è un discorso che non fila. Sono stato in Africa a verificare (Zambia) è ho scoperto che è una terra fertilissima, che puoi raccogliere anche quattro volte l'anno; tra i tropici tutto l'anno ci sono dodici ore di luce dalle sei alle sei, raramente è caldo caldo e praticamente mai è freddo. In un clima così (un clima da bare necessities) a nessuno viene in mente di cumulare... per l'inverno! Vivi, ti gusti la vita, finche non finisce. Anch'io avrei fatto così e forse, unificando alle esigenze europee, questo è un atteggiamento da cui si può imparare anziché condannare e reprimere, o al meglio redimere.

Mi viene in mente, allora, che la nostra smania all'accumulo è dovuta solo ad un fattore ambientale: cerchiamo di avere sempre di più perché, ancestralmente, dobbiamo far fronte all'inverno. Ci sembra stupido chi non si dà da fare per avere più di ciò che serve, e inefficiente chi spreca anche una sola ora senza cumulare. Il fatto è che, se da un lato questo atteggiamento ci ha traghettato fino al 2011, ovvero ci ha consentito in altra epoca di sopravvivere e poi di prosperare, infine di soggiogare altre culture e imporre loro questa presunta esigenza, dall'altro lato questa esigenza non c'è più.

Dalla costruzione dei grandi centri commerciali in avanti, non abbiamo più paura dell'inverno neanche quando usciamo di casa. Non abbiamo più freddo, non abbiamo più fame e sono poche le malattie che ci colgono impreparati e stiamo lavorando anche su quelle. In pratica, l'atteggiamento formica ci serve pochissimo, oggigiorno, se non che è solo deleterio: malattie cardiovascolari, psicopatologie e chissà in cos'altro possiamo somatizzare lo stress, più la competizione, l'opportunismo e la prevaricazione. Non sarebbe male se, invece che imporre i nostri tumori ad altri, integrassimo un briciolo di cicalismo nella formicheria.

Per rendere l'inutile, obsoleta, sbagliata, antieducativa favola della cicala e della formica ai posteri, la mutiamo leggermente. Perché mentre la versione di LaFountaine ce l'abbiamo nel mesencefalo, quella che segue ci deve essere insegnata artificialmente, con la speranza che, in un centinaio di generazioni, moderi quest'inutile istinto alla cumulazione.

C'era una volta, tra i due tropici, una cicala e una formica. Mentre la formica lavorava strenuamente per raccogliere cibo per l'inverno, la cicala cantava di gusto deliziando tutti gli insetti del circondario.

La formica scherniva la cicala - canta, canta, ma vedrai che brutta fine farai quando verrà l'inverno - e tutti guardavano la formica con occhi sgranati, poi la cicala riprendeva a cantare.

Ma la formica, che ci teneva a non fare la figura dell'idiota mentre tutti si divertivano, ripeteva i suoi moniti alla cicala - Ah, vedrai quest'inverno vedrai... - La cicala invece continuava a cantare.

Un bel giorno, il 21 di dicembre arrivò l'inverno, la formica si chiuse nel suo formicaio mentre la cicala continuava a cantare allegramente. Non passò tanto tempo che la cicala andò a bussare alla porta della casa della formica.

- A ah! - fece la formica - Lo sapevo: adesso vieni a pietire da mangiare, ma io dura: NO! Col cavolo, ci dovevi pensare prima, posso mica sgobbare io e poi tu vieni a prenderti la tua parte, non è giusto, non è giusto, ma son buona e vabbè, vieni pure a prendere la mia elemosina.

La cicala rispose - Veramente ero preoccupata per te, è un po' che non ti si vede in giro e visto che oggi è una bella giornata di sole ed è domenica, volevo sapere se ti andava di venire al lago. -

- Bella giornata? Ma non è  inverno? -

- Sì, ma un inverno equatoriale, il clima è ancora gradevolissimo, che fai: vieni? -

La formica per stizza non andò. Anzi finì i suoi giorni nuotando nel mare dei suoi averi (sì, sì, proprio come l'adattissima figura didattica per bimbi Paperon de Paperoni) colpita da un tremendo malore dovuto all'iperlavoro e allo stress. La cicala invece subì l'invasione di formiche del nord che le tolsero tutti i beni e la costrinsero a lavorare d'estate e a mendicare cibo di inverno. Eh eh, un brutto finale? No no, mica è finita. Diciamo che adesso... siamo arrivati più o meno fino a qui, il finale sta a te.

 

Provo ad indovinare la tua risposta: espressionescheletro che ammira fiocco di neve composta, sguardo serio (stiamo parlando di una cosa greve: la morte!), tutta la delicatezza del mondo e la storia della vecchia che è salita sul tetto. Abbiamo fatto il possibile, sfortuna, un caso su un milione, ancora qualche speranza c'è, eccetera.

Facciamoci una ragionata sopra. Da che possediamo la ragione sappiamo che moriremo. Dentro la nostra testa pensiamo che vivremo fino ad una decina d'anni oltre l'aspettativa media, perché siamo naturalmente di un ottimismo lievemente superiore alla media! In base a questa prospettiva ci tracciamo un percorso di vita noto: scuola-lavoro, qualche hobby ed amici, vacanze, figli-nipoti (tutti bravi ragazzi!), poi una vecchiaia dignitosa sperando di non essere di peso e la morte nel sonno.

Poi ci incontriamo con la vita; i progetti cambiano, si adattano, a volte (per colpa della contingenza) migliorano, a volte peggiorano, a volte restano così. Se all'improvviso uno ti dicesse che ti resta (diciamo) un anno di vita con una storia di malattia nel mezzo, ecco cosa cambierebbe: dovresti abbandonare tutti i progetti a più lunga scadenza, impegnarti sugli altri o farne di nuovi realizzabili in termini compatibili e riguardare con soddisfazione alle cose fatte... bene (dimenticarsi un attimo le stronzate!). Tempo di riassettarsi su questa nuova progettualità e fondamentalmente non cambia nulla. In pratica resta da affrontare con dolore (1) il cambiamento (non è mai facile), (2) l'istinto di sopravvivenza che continua a dirti checcazzodiciiii! Il resto è ancora comunque costantemente sempre gioia di vivere.

Questo direi ad uno a cui rimangono pochi mesi di vita. Gli farei vedere le cose belle che ha fatto e quelle che gli rimangono da fare, perché possano dargli la forza e la gioia di affrontare quelle brutte. In pratica... cercherei di farlo ridere! O meglio di farlo (e quindi di farmi) felice, in fondo viviamo per questo, no?

Io lo estenderei in generale questo ragionamento, riprendendo l'ipotesi della catarsi come base di tutto l'umorismo. In pratica, fare comicità in generale significa trovare il modo migliore per dire alla gente che sta morendo. Non in senso letterale, ovviamente. Prendiamo un esempio che mi sta a cuore: satira religiosa. Io SO che la religione ti sta prendendo in giro, ti sta allontanando dalla vita e da dio, si sta nutrendo delle tue energie per renderti un'automa al suo servizio e per fartelo capire non uso toni grevi, semplicemente ti espongo il problema facendotici ridere sopra: un gioioso atto d'amore e di liberazione.

Sai cosa succede quando i comici non sanno perché vogliono fare ridere? Non capiscono che temi trattare, in che modo, fanno delle cose alle volte belle e poi ritrattano: è pazzesco! Se chiedi ad un muratore perché fa una casa questo ti sa certo rispondere, se chiedi ad un comico perché vuol far ridere, non sa che dirti. Ti dice perché mi piace, la stessa risposta che avresti da un prete se gli chiedessi perché si approfitta dei minori.

Il caso è quello di Checco Zalone che imita Misseri... e poi ritratta! Eh no, Checco Zalone, se hai sentito che l'amplificazione e distorsione massmediatica degli eventi Sara-like è un tumore sociale di cui è opportuno che la gente si renda consapevole, hai fatto benissimo. L'unico modo per curare questo male e fare in modo che la gente se ne accorga. E menaje, non badare a spese: se non urli, non è facile svegliare un cadavere. Lo so, è duro, è difficile, è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Se non te la senti... fatti da parte che di gente capace ce n'è.

 

il segreto della vita eternaEterna forse è un po' troppo, anche se non così tanto di meno, e... sì: dipende da noi.

Basta rendersi conto di un piccolo fatto sotto gli occhi di tutti, ma come tutte le cose ovvie, fin troppo ignorato. Non viviamo tutta la nostra vita, ma appena appena un po' meno. Un tale diceva che quattro o cinque giorni al massimo valgono la pena di essere vissuti, tutto il resto è attesa (preparazione, direi io). Forse un po' estremo, ma se ci pensi quando la gente dice che vorrebbe campare a lungo, non intende mai che vorrebbe aver campato a lungo, ma vorrebbe dover ancora campare a lungo! Ed ancora che senso ha campare cent'anni se non ti ricordi cosa hai mangiato a pranzo è come aver fatto l'amore con Belen Rodriguez da ubriaco: se la mattina dopo non ti ricordi nulla è esattamente come non averlo fatto.

Quindi noi non viviamo tutta la nostra vita, ma solo quell'istante del presente, sul quale non v'è molto da giocare: è lì, è lui, dura niente... ma è sempre li; in più quello che riusciamo a ricordare di ciò che abbiam fatto e, ancora meglio, quello che rimane di ciò che abbiam fatto (il nostro passato), più quello che riusciamo a progettare per il nostro futuro.

Alla fine la durata della nostra vita, in ogni momento della stessa, è data dalla somma di ciò che ricordiamo più ciò che progettiamo; così diventa facile vivere più a lungo: basta ricordare molto e lasciare molto segno di sé e progettare ancora di più (nota che alla vita che pensiamo che dovremo ancora vivere diamo più valore di quella che ricordiamo di avere già vissuto, non che sia strano...) .

A questo punto viene uno e fa vabbè, ma così si muore comunque!

Eh, che ti frega patacca! Se mentri ti stavi dando da fare per risolvere l'ottavo problema di Hilbert finisci sotto una macchina, molti sapranno che sei morto, ma tu no di sicuro!

 

La felicità è come una corda tesa tra ciò che hai e ciò che desideri: se desideri troppo, la corda si spezza, se desideri poco la corda rimane inerte, ma se la tieni alla giusta tensione, puoi produrre infinite note e meravigliose armonie dell'anima. [khalil Gibran]

Qualcuno dice che la felicità può durare solo per fugaci momenti; ebbene, se impari ad assaporare la felicità della ricerca della felicità, puoi riuscire a provarla ogni singolo istante della tua vita. [Pablo Neruda]

[Per chi mastica un po' di matematica] La felicità è il numero di nepero dell'anima, è l'unico sentimento proporzionale alla propria variazione. [David Hilbert]

Per essere felice in ogni istante, devi solo ricordare che ciò che hai è il frutto del tuo passato, e ciò che desideri è l'immagine del tuo futuro, la corda che li lega è il presente. Se mantiene il legame tra il tuo passato e il tuo futuro, ogni momento presente sarà permeato dalla felicità. [Albert Einstein]

Taluni si arrendono al timore che per essere felici bisogna rimanere in continua pulsione. Il non doversi mai accontentare di ciò che si ha, appare come un meccanismo socialmente competitivo e ecologicamente distruttivo. per evitarlo, è sufficiente desiderare il di più da sé stessi, piuttosto che fuori da sé stessi. Una continua pulsione ad automigliorarsi, perpetua uno stato costruttivo di continua felicità. [Charles Darwin]

 

finalmente uno studio che risponde a questo secolare dilemma

un esperimento condotto da una facinorosa echip di nullafacenti che dovevano in qualche modo giustificare i finanziamenti ha dato la risposta tanto attesa di cui in oggetto: le radiazioni dei cellulari, per quanto contenute, nel lungo periodo, fanno male.

dopo aver sottoposto un gruppo di volontari a intensa esposizione quotidiana di cellulare per oltre cent’anni, i risultati sono stati sconcertanti: i volontari sono tutti deceduti.

adesso la gente si deciderà ad andarla a trovare la morosa invece che mandarci i messaggini dei telefonini? e se è un corteggiamento, bisogna comunque fare in modo di andare a segno entro il secolo.

chi me l’à detto? un uccellino. il mio.

virilmente vostro saggio da forlì

 
Powered by Tags for Joomla